giovedì 7 agosto 2014

Spagna calcistica tra vittorie e politica: il Real Madrid da Figo a Rodriguez

Real Madrid 2006/07 in Champions contro il Bayern Monaco
Tutto cominciò nell'estate del 2000, quando venne eletto presidente Florentino Perez, che come prima mossa di mercato acquistò dai rivalissimi del Barcelona colui che prima di allora era considerato una delle maggiori "bandiere" della storia del club blaugrana: Luìs Figo (i cui soldi arrivarono vendendo la Ciudad Deportiva, ossia il centro di allenamento del club). Poi, l'anno dopo venne ingaggiato Zinedine Zidane, strappato alla Juventus, e poi Luìs Ronaldo, Fabio Cannavaro, Emerson, Ruud van Nistelrooy, Wesley Snejder, Kakà, Gareth Bale, David Beckham, Cristiano Ronaldo...

A partire dal 2000, la filosofia delle merengues fu quella di costruire la squadra acquistando top players. I risultati fino ad oggi si sono visti, se si considera che il club è ancora tra i migliori del campionato spagnolo. Anche grazie al contributo degli acquisti madrileni, la LIGA è attualmente il campionato più bello da seguire, e in questi anni la squadra dei blancos conta diverse vittorie nazionali e internazionali, come una Coppa Intercontinentale (2002), due Champions League (2001/02, 2013/14, ma anche una poco prima dell'arrivo di Perez, nel 1999/00), 4 Supercoppa di Spagna (2001, 2003, 2008, 2012), 2 Coppe di Spagna (2010/11, 2013/14), 5 campionati nazionali (2000/01, 2002/03, 2006/07, 2007/08, 2011/12). A dire il vero il Real aveva vinto tantissimo anche prima del fatidico anno 2000, tuttavia è innegabile che l'attuale filosofia madridista sia una filosofia vincente. Investire per i grandi calciatori in modo da guadagnare grandi ricavi con il loro approdo in maglia bianca si è quindi rivelato un ottimo business, anche se qualche aiutino dallo Stato la società lo ha avuto.

L'ultimo grande acquisto del Real Madrid è il colombiano James Rodriguez, strappato al Monaco per 80 milioni di euro, dopo averne spesi 25 per il tedesco Toni Kroos. Poco dopo l'approdo di Rodriguez, il Real aveva già recuperato il 5% della spesa grazie all'acquisto, da parte dei tifosi, delle maglie con dietro il suo nome e numero.

Quindi il Real ha adottato indubbiamente una politica vincente, ricevendo anche qualche aiuto politico. Al pari di altre importanti squadre spagnole come Barcellona, Valencia, Osasuna, Athletic Bilbo, Elche ed Hercules, il Real è finito sotto inchiesta da parte della Commissione Europea per un presunto eccesso di aiuti di stato. La questione è complessa, perché non è reato aiutare una società se è in difficoltà, ma lo diventa se si esagera con questi aiuti, poiché la società aiutata si pone in una situazione di eccessivo privilegio rispetto alle altre società concorrenti.

Tra gli aiuti politici ricevuti, risultano alcune operazioni di compravendita dei terreni ove sorge la Ciudad Deportiva, il quartier generale del club nonché dei regimi fiscali accomodanti per le società strutturate in forma di associazione. Il Real è infatti particolarmente indebitato verso le banche e lo Stato con la complicità della politica, ma la questione del debito riguarda anche altre società calcistiche spagnole.

Il legame con la politica del Real non finisce qui: infatti il governo di Aznar (tifoso del Real Madrid) aveva pensato ad un decreto, detto Legge Beckham (sorto nel 2001 ed abrogato nel 2010, da poco reintrodotto ma non per il calcio) che prevedeva un'aliquota ridotta dal 43% al 23% per tutti i lavoratori stranieri operanti in Spagna con un guadagno superiore ai 600mila euro l'anno. Per il governo di allora tale decreto ha l'utilità di attirare le migliori menti nei rispettivi campi, e diede anche l'avvio all'era dei galacticos.

Per concludere, i contatti tra la politica ed il Real Madrid cominciarono già tanti anni fa: infatti, inizialmente la società venne fondata (nel 1902) con la denominazione di Madrid Club de Fùtbol, ma in seguito, nel 1920, il Re Alfonso XIII di Spagna volle mutargli il nome in Real Madrid, e così facendo venne anche applicata una corona sullo stemma del club, presente ancora oggi.
Autore foto: bjarnith, su Flickr

mercoledì 6 agosto 2014

Italia, anni '60: Ernesto Brivio presidente della Lazio

Ernesto Brivio
Col post di oggi questo blog ritorna a parlare di eventi del passato, dopo ben 3 consecutivi post che si sono occupati di vicende fresche da poco accadute e/o in fase di svolgimento.

Il blog si è gia occupato più volte di fatti storici legati all'Italia, ossia dei contatti tra calcio e politica manifestatisi nei decenni passati sul territorio del Belpaese. L'argomento che il presente articolo intende trattare è Ernesto Brivio (Milano, 1915 - Como, 11 dicembre 1976), politico e presidente della Lazio.

Definito "l'ultima raffica di Salò" fu un politico facente parte del Movimento Sociale Italiano, partito sorto nel dopoguerra legato come ben noto all'estrema destra. Brivio non fu soltanto un politico ma anche, per un breve periodo il presidente della Lazio, oltre che produttore cinematografico.

Assunse la carica di presidente del club biancoceleste il 27 settembre 1962, e proprio in quel periodo un titolo de l'Unità (storico quotidiano di sinistra, che ha chiuso da poco i battenti con la carta stampata) recitava "SOS Lazio, Brivio è un pericolo!".

Nato durante la Prima Guerra Mondiale, alto borghese di origini milanesi si trasferì a Roma. In gioventù fu volontario presso le Brigate Nere di Alessandro Pavolini, e di questa sua esperienza si ricorda tra l'altro il fatto che tirò quattro bombe a mano sullo stabilimento Motta, col padre ai vertici dei magazzini La Rinascente e Standa. E poi si esiliò a Cuba ove divenne braccio destro del dittatore Fulgencio Batista.

Rientrato in Italia fu oggetto di diversi fatti controversi e scandali. Da quel che risulta Brivio non fu decisamente un tipo tranquillo.

Tornando ai suoi trascorsi biancocelesti, contemporaneamente venne eletto nel Consiglio Comunale di Roma. Come prima decisione da massimo dirigente laziale esonerò l'allenatore Carlo Facchini ed ingaggio al suo posto il tecnico argentino Juan Carlos Lorenzo, e nel calciomercato riuscì ad aggiudicarsi l'attaccante Orlando Rozzoni.

Durante un incontro tra Lazio e Foggia (4-1) venne quasi alle mani con l'allenatore del club foggiano Oronzo Pugliese, ovviamente entrambi poi vennero espulsi. L'accaduto ebbe una incredibile risonanza mediatica. Intanto la Lazio calcistica ottenne tanti risultati positivi, e al termine della stagione venne promossa in Serie A giungendo seconda dietro al Messina e a pari punti col Bari.

La Lazio di quel periodo era piena di debiti, e nel febbraio del 1963 dopo le dimissioni di dirigenti Siliato, Giovannini e Miceli nel corso del consiglio generale, Brivio fece intendere di avere intenzione di onorare gli impegni presi, dichiarando "Farò fronte ai miei impegni: o pago o parto". Non pagò, e partì: il 21 febbraio fece perdere le sue tracce. Per un po' non si seppe più nulla di lui, poi venne arrestato nel giugno 1963 in Libano ma evitò l'estradizione in Italia, dove fu processato per bancarotta fraudelenta e condannato in contumacia (cioè condannato pur non presentandosi davanti al giudice). Sarà poi prosciolto in appello nel 1968.

Che ne fu poi della Lazio? La squadra biancoceleste una volta giunta in A permanette in tale serie sino al 1967, anno in cui tra l'altro divenne società per azioni. Riottenne la promozione in A nel 1969. Subito dopo l'abbandono di Brivio la presidenza della società fu affidata ad Angelo Miceli (1963/64), poi Giorgio Vaccaro (1964/65), poi Gian Chiaron Casoni (1965) prima di passare ad Umberto Lenzini -presidente degli anni del primo scudetto vinto dalla Lazio- che ricoprì tale carica dal 1965 al 1980.

martedì 5 agosto 2014

Elementi politici di pre-campionato: richieste di ripescaggio in Serie B e Lega Pro

Una gara di Lega Pro (Salernitana-Teramo 3-1, 2a Div. 2012/13 )
In precedenza su questo blog si era parlato del ministro dell'Interno, Angelino Alfano speranzoso nel far si che l'Akragas (squadra della città di cui lui è originario, ossia Agrigento) militante in Serie D vennise ripescata nella nuova Serie C unica a tre gironi (il cui nome ufficiale dovrebbe essere "Lega Pro - Divisione Unica"). Ma in Serie C sono invece state ripescate altre squadre, vale a dire Aversa Normanna, Martina e Torres, che andranno quindi a sostituire le non iscritte Viareggio e Padova oltre alla squalificata Nocerina.

La scelta del Consiglio federale tenutosi nella sede della Figc ha lasciato l'amaro in bocca a tifosi e dirigenti dell'Akragas, ma anche quelli della Corregese che pure speravano nel ripescaggio, ma non ne avevano i requisiti. A tal proposito l'Akagras aveva indicato come impianto in cui giocare, eventualmente gli stadi di Trapani o Caltanisseta, poiché l'Esseneto di Agrigento non era appunto a norma per la categoria superiore: non è bastato. Secondo il presidente del club si tratta di "Una decisione politica. Dopo tanti sacrifici e tanti soldi spesi non siamo stati presi in considerazione". Ed i tifosi si scagliano contro il Comune di Agrigento, colpevole a loro dire di non aver sostenuto il progetto di ripescaggio.

Ormai la decisione è presa, e inoltre ieri sono stati anche compilati i gironi di questo nuovo torneo di terza serie che prende il posto della ormai superata Prima Divisione nonchè della Seconda Divisione che si uniscono in una serie unica, stilati sulla base di criteri classici di tipo geografico (le squadre più settentrionali sono nel girone A, quelle più a centro nel girone B, quelle più meridionali nel girone C).

La composizione dei gironi per il nuovo campionato unico di Lega Pro è la seguente:

Girone A: Albinoleffe, Alessandria, Bassano, Como, Cremonese, Feralpisalò, Giana Erminio, Lumezzane, Mantova, Monza, Novara, Pavia, Pordenone, Pro Patria, Real Vicenza, Renate, Sudtirol, Torres, Venezia, Vicenza.

Girone B: Ancona, Ascoli, Carrarese, Forlì, Grosseto, Gubbio, L'Aquila, Lucchese, Pisa, Pistoiese, Pontedera, Prato, Pro Piacenza, Reggiana, Savona, Spal, San Marino, Santarcangelo, Teramo, Tuttocuoio.

Girone C: Aversa, Barletta, Benevento, Casertana, Catanzaro, Cosenza, Foggia, Ischia, Juve Stabia, Lecce, Lupa Roma, Martina, Matera, Melfi, Messina, Paganese, Reggina, Salernitana, Savoia, Vigor Lamezia.

Già prima della formulazione dei gironi, il sindaco di Salerno (per conto della Salernitana) auspicò che qualsiasi decisione venisse presa per stilare i gironi, che tutte le gare della Salernitana si giochino a porte aperte (questo blog ne parlò in un post qualche giorno fa). Ma è chiaro che non si sa se l'auspicio di De Luca verrà preso in considerazione, non fosse altro per una seria questione di sicurezza: vi sono diverse gare ad alto rischio di scontri.

La composizione attuale dei gironi del campionato di terzo livello potrebbe tuttavia subire degli stravolgimenti qualora gli organi competenti in materia rivedessero le loro posizioni e si attivassero con dei ripescaggi allo scopo di evitare una Serie B a 21 squadre, cioè a numero dispari (secondo molti la composizione a numero dispari potrebbe falsare il torneo, in un articolo precedente questo blog si è già occupato della questione). A tal proposito, l'intreccio con la politica è reso proprio palese dal fatto che ad esempio il sindaco di Castellammare di Stabia in persona, Nicola Cuomo si sia attivato allo scopo di far ripescare la Juve Stabia in cadetteria: attualmente le "vespe" si ritrovano nel girone C della nuova Serie C, essendo stati retrocessi nella precedente stagione.

Il sindaco Cuomo ha scritto una lettera al presidente della Lega Serie B i cui tra l'altro afferma: "Gentile presidente Abodi mi rivolgo a lei facendomi carico delle aspettative di un'intera città e di una tifoseria che, nonostante la cocente delusione della retrocessione, in queste ultime ore ha visto di nuovo aprirsi il cuore alla speranza di disputare anche il prossimo anno il campionato di serie B. Avendo avuto modo di conoscerla in diversi cordiali colloqui, non ho dubbi che farà tutto quanto in suo potere per garantire il giusto riconoscimento alla società Juve Stabia nonché al pubblico stabiese caloroso e corretto che ella ha avuto spesso occasione di apprezzare durante le sue frequenti visite al Romeo Menti [...] al di là delle sottigliezze giuridiche della delicata questione in gioco, ripescaggio o ammissione che dir si voglia, la Juve Stabia merita, sia per il suo passato sia per la capacità della attuale dirigenza, il prestigioso palcoscenico cadetto e sarà, per tutta la città di Castellammare, un grande onore poter ospitare il presidente della Lega Serie B nel proprio stadio anche nel campionato 2014-2015".
Tuttavia, il Coni (massimo organo sportivo nazionale) con una nota ufficiale ha dichiarato inammissibile l'atto di ripescaggio della società gialloblu, mentre per quanto concerne la proposta del Novara sempre relativa al ripescaggio (in un post si accennò ad un'interrogazione parlamentare da parte di un onorevole di Novara proprio in merito a ciò), la questione è stata rinviata al prossimo 11 agosto: solo dopo l'udienza apposita conosceremo la definitiva composizione delle squadre che disputeranno i prossimi campionati di B e Lega Pro.

Attr. foto: Madip86 da Wikimedia Commons 

lunedì 4 agosto 2014

Politici che giocano a calcio a scopo benefico - Parte 2: il match di Taranto

Questo blog ha già avuto modo di occuparsi della relazione tra calcio e politica in molteplici forme, ed ha parlato anche di quel particolare caso in cui la politica si serve del calcio a scopo (anche) benefico, scendendo direttamente in campo sul rettangolo di gioco. In un post precedente si è infatti parlato delle partite utili a finanziare un istituto educativo, il Castorani di Giulianova grazie a un incontro a Teramo, e un ospedale attraverso un torneo di calcio a 5 a Fondi

Entrambi gli eventi di cui sopra sono stati svolti questa estate, così come sempre in estate i politici a Taranto sono scesi in campo per un altro torneo benefico, con uno scopo diverso. I politici del Comune di Taranto hanno infatti organizzato, assieme alla Uisp un match tra i politici e i migranti giocatosi il 20 luglio scorso.

Allo Stadio Iacovone, impianto messo a disposizione per la partita dal sindaco e i suoi collaboratori, una gara di solidarietà per l'emergenza profughi ha visto sfidarsi gli adolescenti migrati contro i consiglieri comunali (più il vicesindaco in porta). La partita, vinta per 4 a 2 dai migranti è servita a dimostrare la vicinanza della città nei confronti di queste persone da poco approdate sul suolo italiano.

Per tale occasione la Uisp (Unione Italiana Sport Per Tutti) ha donato ai migranti 60 paia di scarpe sportive e 45 completi da calcio, e ciò è stato possibile grazie a una raccolta fondi messa in atto dalla stessa Uisp. Non è stata la sola Uisp di Taranto ad impegnarsi per l'evento, ma anche gli altri comitati pugliesi dell'unione: Bari, Lecce, Foggia, Brindisi, Valle d'Itria e Manfredonia hanno dato una mano. Per il match la Uisp ha provveduto anche all'intero settore arbitrale.

L'associazione Uisp è presente in tutte le regioni italiane, e si pone come obiettivo principale quello di far conoscere il valore sociale dello sport, promuovendo uno sport per tutti, uomini e donne senza discriminazioni. Propone lo sport come strumento di socializzazione.

Poco prima del giorno della partita, il sindaco tarantino Ippazio Stefàno ha ricordato le sue esperienze di medico in Africa poiché i migranti di Taranto provengono da quel continente, ed ha augurato loro di giocare una splendida partita.

Durante la partita è stato possibile assistere al vicesindaco di Taranto Lucio Lonoce nelle vesti di portiere di calcio, che ha commentato l'iniziativa con "Lo sport unisce tutti".

Attribuzione foto:  Christopher Bruno

domenica 3 agosto 2014

Siena e Padova, il calcio rinasce: i sindaci esprimono la loro soddisfazione

All'Artemio Franchi di Siena anche l'anno prossimo si giocherà a calcio
Recentemente il Siena, radiato dalla Serie B ed il Padova, escluso dalla Lega Pro hanno provocato delusione e tristezza ai rispettivi tifosi di queste due storiche e prestigiose compagini. L'amarezza dei rispettivi popoli, senese e padovano circa questi eventi fu ben interpretata settimane fa dalle dichiarazioni dei sindaci delle rispettive città.

E adesso? Da una parte il Siena è riuscita ad iscriversi in Serie D grazie all'arrivo di un nuovo proprietario, lo svizzero Antonio Ponte, dall'altra parte il calcio Padova è stato rifondato con un club ex novo che, appropriandosi del titolo sportivo del vecchio Padova mediante le norme interne alla Figc, ripartirà anch'esso dalla Serie D e avrà il nuovo nome di Biancoscudati Padova.

A Siena il sindaco Valentini assicura: "Si tratta di un progetto molto serio e credibile, e allo stesso tempo ambizioso per l'evidente impegno finanziario pluriennale di cui si carica. Ponte si assume una grande responsabilità: quella di rifondare il calcio a Siena senza le garanzie del sostegno di MPS dal punto di vista delle sponsorizzazioni e delle agevolazioni. Una sfida difficile che, però, lo rende più libero da condizionamenti esterni di qualsiasi tipo". Il sindaco inoltre auspica che col nuovo corso societario vengano risolte le questioni legate ai dipendenti del vecchio assetto societario e che gli impianti sportivi di allenamento del vecchio corso societario vengano presi in affidamento dalla nuova società. Ha poi invitato i tifosi a ritrovare entusiasmo, aggiungendo di aver fatto assieme i suoi uomini al Comune, solamente il lavoro che gli compete e non pretende ringraziamenti. Aggiungendo inoltre che "Verremo allo stadio come tifosi e non per interessi di altro tipo".

Anche a Padova si è svolto quel lavoro, da parte del sindaco e dei suoi collaboratori, di cercare le persone giuste e credibili allo scopo di avviare una nuova fase nel calcio cittadino padovano. Anche Bitonci, il primo cittadino di Padova ha infatti avuto il compito di valutare e approvare lo statuto e i programmi a breve termine del nuovo club. Il sindaco si è mostrato entusiasta di aver trovato una società in grado di riportare il calcio nel capoluogo di provincia del Veneto, in quanto fino a pochi giorni fa c'era solo una società (il vecchio Calcio Padova) in stato prefallimentare "Con 8 milioni di euro di buco, e le giovanili che non sapevano dove sbattere la testa. Grazie all’amministrazione comunale ma anche a privati che si sono dati da fare sono state recuperate le giovanili insieme alla scuola calcio".

Il calcio a Siena e a Padova può dunque rinascere. Certo, si ripartirà dalla Serie D (e a fare compagnia alle due squadre ci sarà anche un'altra società gloriosa come il Piacenza, che conobbe fallimento e rinascita qualche anno fa) e quindi per sperare di rivivere i fasti di un tempo bisognerà aspettare ancora, ma se non altro il calcio da quelle parti è salvo, e questo grazie anche ai rispettivi sindaci e i relativi collaboratori, che sanno dell'importanza sociale di questo sport; i tifosi possono quindi guardare al futuro con maggiore ottimismo.
  
Autore foto:  Francesco Gasparetti from Senigallia, Italy

sabato 2 agosto 2014

Uruguay 1930, calcio e politica nel primo mondiale della storia

Gol di José Pedro Cea (Uruguay) contro la Jugoslavia, in semifinale
I mondiali di calcio sono sempre una importante vetrina, sia per la nazione che ospita la competizione, che così si fa non poca pubblicità e magari favorisce anche il turismo nel medio termine, sia per quella che la vince. I risultati della vittoria della competizione infatti lasciano il segno in modo positivo nel Paese, aumentano il senso di patriottismo, consentono al governo nazionale in carica di ottenere maggiore credibilità e consenso, aiutano il paese a riprendersi da eventuali situazioni traumatiche come la guerra o il terrorismo, rilanciando l'economia grazie all'aumento interno dei consumi. Si, il calcio è capace di fare anche questo.

I governi nazionali sanno bene che ospitare una competizione prestigiosa come il Mondiale è un'occasione unica da sfruttare. E sebbene qualche volta si tratta di occasioni perse, come molti sostengono per Italia '90 oppure di occasioni di cui sarebbe meglio fare a meno viste le difficoltà economiche della gente del paese ospitante, tipo in Brasile 2014 , sin dagli albori di questa competizione la politica ha sempre avuto un occhio di riguardo per questa competizione.

Il primo mondiale della storia venne disputato in Uruguay nel 1930, e già a quei tempi la politica mostrava forte interesse verso il calcio. Il presente articolo intende analizzare alcuni aspetti importanti, anche extra calcistici, rilevando soprattutto i principali rapporti fra calcio e politica evidenziabili nel Mondiale 1930, il primo della storia del calcio.

Tutto cominciò quando le nazioni interessate presentarono la propria candidatura a ospitare la manifestazione: già da questo punto, la politica entra in scena. Italia, Spagna, Svezia e Paesi Bassi cercarono di impossessarsi della manifestazione, e alla fine la politica del calcio, rappresentata nella sua massima espressione del tempo dalla persona di Jules Rimet, presidente della Fifa scelse l'Uruguay. Ciò scaturì molta delusione e rabbia da parte dell'Italia che, si dice che proprio per tale motivo scelse di non aderire alla competizione. Secondo altre fonti vi sarebbero altre ragioni alla base della scelta italiana di non partecipare (i motivi non sono chiari), mentre Inghilterra e Scozia scelsero di non aderire per principio, in quanto il calcio come oggi conosciuto è stato inventato dalle loro parti e dunque si ritenevano campioni del Mondo a prescindere (e tale situazione perdurò anche nei mondiali 1934 e 1938).

Proprio il paese scelto, nel 1930 festeggiò il centenario della liberazione dagli spagnoli. Il fatto della novità, accompagnato dal grande crack finanziario del 1929 (che caratterizzò come noto la depressione economica nella maggior parte del mondo) furono un condizionamento enorme per l'organizzazione dell'evento, ma ciò non impedì all'Uruguay di costruire un terzo stadio idoneo ad ospitare le partite in programma: l'Estadio Centenario. Costruito a tempo di record (in soli 8 mesi, con soli 5 giorni di ritardo rispetto alla tabella di marcia), vide lavorare senza sosta cento operai che si diedero il cambio ogni otto ore.

La situazione politica dell'Urugay del tempo era discreta (nel senso che non vi erano particolari problemi politici o conflitti interni o tensioni con altri stati), e solo la depressione del 1929 diede qualche grattacapo agli abitanti del luogo. In quell'anno del Mondiale -il 1930- si celebrò il centenario della Costituzione, ma subito dopo il Mondiale, nel 1931 cominciò un breve periodo dittatoriale di Gabriel Terra, che pochi anni dopo cessò (1942) e ciò consentì la riscrittura di una nuova Costituzione.

Tornando al Mondiale del 1930, le partite vennero tutte disputate a Montevideo, la capitale.

In finale giunsero Uruguay e Argentina, e l'attesa dell'evento fu tesissima, anche perché ai calciatori argentini venne quasi impedito di dormire con un grande gruppo di tifosi uruguayani che la notte prima della finale intonarono cori, facendo tanto chiasso davanti all'hotel che ospitava i calciatori. Inoltre i calciatori di entrambe le squadre ricevettero minacce di morte prima dell'incontro. Un clima tesissimo che costrinse l'arbitro belga Langenus a pretendere un'assicurazione sulla vita per tutti i familiari e una nave pronta a portarlo in Europa entro un'ora dal fischio finale se le cose si fossero messe male.

Così si arrivò carichi di tensione ed emozione al 30 luglio 1930. A Montevideo stranamente in quel giorno nevicò (evento raro in Uruguay), mentre all'incontro, che si disputò nello Estadio Centenario assistettero circa 93mila spettatori. Una curiosità: prima della partita l'arbitro Langenus venne arrestato un'ora prima del fischio di inizio ma subito rilasciato. L'arresto avvenne a scopo cautelativo, in quanto prima di lui altre 13 persone si presentarono come arbitri della finale...

Le marcature: 12' Dorado (Uruguay), 21' Paucelle (Argentina), 45' Stabile (A), 12' Cea (U), 22' Iriarte (U), 44' Castro (U). Risultato finale: 4-2, l'Uruguay vinse la competizione e divenne Campione del Mondo.

Le reazioni poltiche per l'esito del match non mancarono: con i calciatori portati in trionfo e con la festa nelle strade, il governo dichiarò ben 2 settimane di festa nazionale(!). Al contrario, in Argentina vi fu una immane rabbia mista ad angoscia, ed il consolato uruguaiano di Buenos Aires venne preso a sassate per più giorni.

venerdì 1 agosto 2014

Quando la politica ostacola il calcio: Pedrag Pasic e il Klub Bubamara di Sarajevo

Bosnia-Erzegovina
A volte la politica va incontro alle esigenze del calcio, altre volte la politica si serve del calcio a fini di propaganda, altre ancora i politici scendono in campo giocando a calcio per beneficenza (come nei casi menzionati in un post precedente), altre ancora il calcio si sostituisce alla politica, ad esempio nell'esprimere o ritrovare un senso di patriottismo -e in questi casi possono accadere anche fatti violenti, come raccontato in un precedente post- altre volte il calcio si fa espressione multietnica, e forti nazionalismi possono ostacolare lo sviluppo di questo sport: la politica può anche essere d'intralcio al calcio.

Pedrag Pasic è un ex calciatore jugoslavo di ruolo centrocampista. Conta 10 presenze con la Nazionale della Jugoslavia con cui partecipò anche al Mondiale 1982. Giocò nella squadra della sua città, il FK Sarajevo per 10 anni di fila prima di spostarsi in Germania (Stoccarda e Monaco) e poi tornare a Sarajevo .

Ritiratosi dal calcio, nei primi anni novanta aprì una scuola calcio proprio nella sua città, denominandola Klub Bubamara. Con la guerra in corso tra gli stati della Federazione della Jugoslavia (in Bosnia-Erzegovina iniziò nel 1992) Pedrag Pasic ebbe questa idea di restituire ai bambini e ragazzi del luogo per lo meno una parvenza di normalità, e in quella scuola fino ad oggi hanno giocato senza distinzioni bambini cattolici, mussulmani e ortodossi, senza problemi. Adesso, come noto Sarajevo si trova nello stato della Bosnia-Erzegovina, mentre Pasic è di origini serbe.

La politica bosniaca vuole cancellare l'esperienza del Klub Bubamara, ma Pasic non ci sta, non vuole arrendersi al volere dei politici.

Il Klub Bubamara è un'accademia del calcio che adesso non ha un terreno di gioco, è stata fatta sgomberare. Il fatto di avere come giocatori dei ragazzi di diversa estrazione territoriale -bosgnacchi, serbi e croati- e religiosa, è alla base di forti pressioni volte a farla chiudere da parte della politica locale. Su questo punto Pasic non ha dubbi: in Bosnia-Erzegovina tutto è politica, anche il calcio. La sua ex squadra, di cui è stato bandiera(!) ha aiutato l'amministrazione locale a far chiudere quella scuola: ora il campo dove prima si allenavano i ragazzi di Pasic è utilizzato dal settore giovanile del Sarajevo.

La scuola ha sborsato i soldi che il comune chiedeva, ma ciò non è servito e quindi Bubamara ha perso il campo di allenamento di cui si serviva sin dal 2001.
In questa scuola, che mira ad insegnare che la diversità culturale può essere una risorsa i bambini giocano nelle diverse regioni della Bosnia, e ciascuna regione presenta etnie differenti.

Pasic è nato a Sarajevo ma è di origini serbe e questo è secondo lo stesso Pasic un motivo in più per far chiudere la scuola. Da questo punto di vista dice che non vi sono dubbi, infatti afferma in un'intervista: "Non è la prima volta che si cerca di mettere ai margini la mia scuola con delle scuse" facendo notare come l'Sda, partito tradizionale bosgnacco sia maggioranza nella municipalità e lo stesso partito ha fortissime connessioni con la squadra di calcio del Sarajevo.

E pensare che un tempo la Bosnia con anche l'allora pacifica Sarajevo era un inno alla multietnicità, ma la guerra di indipendenza tra i vari stati dell'ormai ex Jugoslavia cambiò in seguito tante cose.

Senza un campo di allenamento a disposizione è difficile proseguire l'attività. Pasic non vuole arrendersi: c'è un processo in atto, e anche se non è sicuro di vincere forse perché i politici hanno di fatto maggior potere, si dichiara comunque felice per quanto ha realizzato e ottenuto fino ad ora, fiero di poter camminare a testa alta.

Pedrag Pasic è molto duro con i politici del luogo, non vede molte possibilità che le cose migliorino in Bosnia. Solo il futuro a breve termine potrà dirci se l'accademia del calcio Klub Bubamara potrà continuare ad esistere.