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sabato 13 settembre 2014

Quando la politica ostacola il calcio - Parte 4: il rifiuto dell'URSS di giocare a Santiago

Stadio Nazionale di Santiago
Nel 1973 l'Urss a novembre rifiutò di affrontare il Cile a Santiago nello spareggio utile a qualificarsi alla Coppa del Mondo.

Lo Stadio Nazionale di Santiago, dove la partita doveva svolgersi era stato fino a poche settimane prima un vero e proprio campo di concentramento. La partita durò 2 minuti, il tempo per il Cile di segnare un gol contro... nessuno!! Il tutto dinnanzi a circa 20mila spettatori straniati.
A causa di ciò la Fifa assegnò la vittoria a tavolino del Cile per 2-0, sicché i cileni si qualificarono al Mondiale 1972.

L'andata del confronto si giocò regolarmente a Mosca, ma per il ritorno l'Urss presentò un reclamo per evitare di giocare a Santiago in quello stadio usato come campo di concentramento. Il reclamo non venne accolto, e a passare il turno fu dunque il Cile.

Una storia che s'intreccia necessariamente con la politica in quanto il Cile di quel periodo non se la passava bene, a causa della situazione che quel paese stava vivendo per colpa del suo nuovo presidente. L'Urss si rifiutò di giocare a Santiago proprio a causa del dittatore cileno e di quello Stadio Nazionale (non che l'Urss fosse però una democrazia, vale la pena ribadirlo in questo caso).

Augusto Pinochet, con il suo colpo di stato militare si autonominò presidente, trasformando il Cile in un paese fortemente dittatoriale. Governò il paese dall'11 settembre 1973 all'11 marzo 1990 e si rese responsabile di crimini contro l'umanità.

In quel Mondiale del 1974 giocato in Germania Ovest, la nazionale cilena non andò oltre il primo turno, ottenendo due pareggi (1-1 vs. Germania Est e 0-0 vs. Australia) e una sconfitta contro i tedeschi occidentali per 1-0.

mercoledì 3 settembre 2014

Quando la politica ostacola il calcio - Parte 3: 1968-69, l'Europa comunista si ritira dalle coppe

La Cecoslovacchia: le sue regioni e i suoi confini
Nelle coppe europee, per motivi politici accadde qualcosa di singolare: alla vigilia della stagione 1968-69 tante squadre dell'Est decisero di non partecipare alle manifestazioni.

Ciò derivò dal fatto che il blocco orientale era filosovietico, sicché la scelta aveva un significato chiaramente di natura ostile verso i paesi dell'Ovest.

In quel periodo, uno dei motivi di questa scelta fu sicuramente l'invasione della Cecoslovacchia da parte dell'Unione Sovietica, che diede origine ad anni di tensioni tra il mondo orientale con quello occidentale.

In Coppa dei Campioni, quell'anno vi giocarono 27 squadre. A causa di fatti legati alla Primavera di Praga, come detto si ritirarono alla vigilia diversi club: la Dinamo Kiev, il Ferencvaros, il Levski Sofia, il Ruch Chorzow ed il Carl Zeiss Jena.

A vincere la competizione fu il Milan, che sconfisse l'Ajax per 4 reti a 1 (tripletta di Pierino Prati e un gol di Sormani per il Milan, e rete di consolazione di Vasovic per gli olandesi).

In Coppa delle Coppe, per la solita ragione politica della Primavera di Praga, rinunciarono a partecipare alla competizione le seguenti squadre: Dynamo Mosca, Gyori, Spartak Sofia, Gornik Zabrze, Union Berlin (quest'ultima appartentente alla Germania Est), ed a vincere in finale fu lo Slovan Bratislava che sconfisse il Barcelona(!) per 3 a 2.

In casi come quelli appena descritti la relazione calcio-politica è veramente significativa, in quanto si tratta di un ennesimo fenomeno di politica che ostacola il regolare svolgimento di importanti manifestazioni. Il tutto, si diceva per i fatti legati alla Primavera di Praga. Ma di cosa si trattò esattamente?

La Primavera di Praga, iniziata il 5 gennaio 1968 con il riformista slovacco Alexander Dubcek salito al potere, fu un processo di liberalizzazione politica avvenuto in Cecoslovacchia, volto ad ottenere maggiore autonomia dall'Unione Sovietica. Le riforme della Primavera di Praga furono dunque un tentativo di concedere più diritti ai cittadini cecoslovacchi, e questo processo andò avanti sino al 20 agosto del '68, quando cioè l'URSS e i suoi stati alleati del Patto di Varsavia -tranne la Romania- invasero il territorio.

L'occupazione sovietica in terra cecoslovacca durò fino al 1990, poi in seguito vi fu la famosa caduta del Muro di Berlino, la fine della guerra fredda tra Est e Ovest e la scissione dello Stato in due distinte repubbliche: la Slovacchia e la Repubblica Ceca (anche identificata con il meno comunemente utilizzato "Cechia").

martedì 2 settembre 2014

Quando la politica ostacola il calcio - Parte 2: 1959, il rifiuto della Spagna franchista a giocare contro l'Urss

Il Parco dei Principi, l'impianto in cui l'Urss si aggiudicò il primo campionato Europeo  
Correva l'anno 1959: la nazionale calcistica della Spagna, quella di Luisito Suarez e Alfredo Di Stefano fu ad un passo dal qualificarsi alla fase finale della prima edizione del campionato europeo.

Al momento del sorteggio, risultò che la Spagna allora governata dal dittatore fascista Francisco Franco, avrebbe dovuto calcisticamente disputare due partite -di andata e ritorno- contro la nazione simbolo del comunismo nel mondo: quella tanto mal vista Unione Sovietica. Le gare erano valide per i Quarti di finale utili all'accesso alla fase finale. Il dittatore però impedì alla squadra iberica di giocare, e dunque le negò automaticamente l'accesso al torneo europeo del 1960.

A qualificarsi fu dunque l'Urss, che nella fase finale giocata in Francia sconfisse 3-0 la Cecoslovacchia, e nella finale al Parco dei Principi di Parigi, il 10 luglio, davanti a 17.966 spettatori paganti, grazie alle reti di Metreveli al 49' che realizzò l'1-1 e di Ponedel'nik nei tempi supplementari, batté la Jugoslavia per 2 a 1.

La manifestazione e la coppa furono dunque vinte dall'Unione Sovietica, la quale si risparmiò ben due partite -tra andata e ritorno- contro la pur fortissima Spagna dell'epoca. Una situazione in cui la politica ha avuto un ruolo forse decisivo nel determinare la vittoria di una squadra di calcio: cosa sarebbe accaduto se il doppio confronto si fosse disputato non lo sapremo mai.

Tuttavia la Spagna seppe prendersi la rivincita quattro anni più tardi, alla seconda edizione dell'evento: nell'Europeo del 1964, giocato proprio in Spagna, sconfiggendo in finale proprio i sovietici, per 2 a 1.

(autore foto Parco dei Principi: Stanmar )

martedì 8 luglio 2014

Calcio Sovietico: dall'ammissione alla FIFA (1946) all'oro olimpico (1956) e l'europeo (1960)

Il territorio dell'URSS
Se in un precedente post si è affrontata la storia della nazionale russa e sovietica in modo generale, questo articolo intende approfondire un particolare periodo storico riguardante il calcio sovietico, quello del secondo dopoguerra.

Nel raccontare il contenuto di un libro di Mario Alessandro Curletto, intitolato "I piedi dei Soviet", Giuseppe Licandro offre, tra le righe del suo articolo on line su excursus.org alcuni esempi di come tale opera evidenzi i rapporti tra calcio e potere ai tempi dell'Unione Sovietica.

Il calcio sovietico raggiunse l'apice della popolarità nel secondo dopoguerra, secondo Curletto poiché lo stadio "consentiva allo spettatore una libertà di espressione dei propri sentimenti e delle proprie passioni" decisamente inusuali in una "società monolitica, paralizzata da paura e conformismo".

Ammessa alla FIFA nel 1946, le attività calcistiche ripresero anche nell'URSS, la quale oltre alla ripresa dei campionati interni, ricostruì anche la nazionale di calcio.

La selezione nazionale sovietica, dopo aver vinto alcune amichevoli contro Cecoslovacchia, Finlandia, Romania e Ungheria, partecipò alla quindicesima Olimpiade, svoltasi ad Helsinki nel luglio 1952. Battuta la Bulgaria nel turno preliminare, agli ottavi i sovietici affrontarono la forte Jugoslavia.

In quegli anni i rapporti tra il leader politico sovietico, Stalin, e il leader cecoslovacco Tito erano pessimi, e quindi la partita aveva anche una forte valenza di natura politica. Le autorità di Mosca diedero l'ordine di giocare e di vincere.

Primo tempo concluso in vantaggio per 3-0 da parte degli jugoslavi, nel secondo tempo fu dapprima 4 a 0, poi 5 a 1; i sovietici trascinati da Bobrov (autore di una tripletta) riuscirono a segnare 4 gol nell'ultimo quarto d'ora: la partita finì con uno scoppiettante 5 a 5. E quindi, andava rigiocata, perché i tempi supplementari e la eventuale serie di calci di rigore non erano ancora previsti a quei tempi.

Alla ripetizione della partita si assistette ad una sconfitta per l'URSS di 3 reti a 1. E tale sconfitta avvenne in un periodo particolarmente negativo a livello politico, perché era iniziata la così detta Guerra Fredda. Intervenne lo stesso Stalin affinché gli autori della sconfitta ricevessero una adeguata punizione: l'allenatore venne licenziato e molti giocatori furono squalificati per un anno intero.

L'improvvisa morte di Stalin nel 5 marzo 1953 provocò degli sconvolgimenti politici significativi. Il nuovo leader Nikita Chruščёv propose in politica estera la coesistenza pacifica con l'Occidente.

La scelta fatta dal nuovo leader dell'URSS si rivelò positiva per lo sport locale, che divenne più efficiente e competitivo a livello mondiale, e ciò permise alla nazionale "rossa" di vincere l'oro alle Olimpiadi di Melbourne '56 e l'Europeo del '60, in entrambi i casi battendo in finale proprio la Jugoslavia. Curioso, vero?

Questo episodio mette in evidenza da un lato ancora una volta come il calcio venga considerato un veicolo importante per le cause politiche, dall'altro che maggiore cooperazione e meno conflittualità possono condurre a risultati davvero molto significativi, almeno per lo sport.

mercoledì 18 giugno 2014

Storia della Russia fra calcio e politica

La Russia ha giocato questa notte contro la Corea del Sud in occasione dei Mondiali FIFA, pareggiando 1 a 1. Dapprima in svantaggio causa la rete del sudcoreano Lee Keun-Ho al 68', riesce a riequilibrare la gara grazie al gol di Kerzhakov al 74'. Al momento il girone H osserva il Belgio al primo posto con 3 punti, Russia e SudCorea seconde con 1 e Algeria ultima con 0 reti.
La Russia, che tentava di andare a segno grazie alle ripartenze, in generale è stata protagonista assieme agli sfidanti di una gara non particolarmente piacevole, e di sicuro molto equilibrata.

A proposito di Russia: questa terra ha subito alcuni stravolgimenti geopolitici nel corso dei decenni, e di conseguenza anche a livello calcistico questi stravolgimenti hanno avuto il loro peso.

La prima nazionale di calcio della Russia fu quella dell'impero, che venne costituita negli anni '10 del XX secolo ed esordì nel 1912 contro la Finlandia, venendo sconfitta per 2-1. La rappresentativa calcistica dell'impero si esibì poche volte, e non fu una squadra particolarmente temibile: al contrario, si ricorda una sconfitta contro la Germania per 16 a 0!

Dopo la Rivoluzione d'ottobre del 1917, con la vittoria dei bolscevichi che occuparono i punti principali di Mosca, creando il Consiglio dei Commissari del Popolo e facendo nascere la Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa, la squadra di calcio nazionale si sciolse.

Dal 1917 al 1921 esplose la Guerra civile russa, che vedrà una nuova vittoria dei bolscevichi, stavolta nei confronti dei contro-rivoluzionari. A causa di ciò, nel 1922 venne istituita l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Tutte queste repubbliche erano degli stati che avrebbero forse potuto forgiarsi di una propria squadra nazionale indipendente, come accade tutt'oggi nel Regno Unito (anche se in verità il caso dell'UK rappresenta un'anomalia). Ad ogni modo si giocò uniti, andando a rappresentare la nazionale dell'intera Unione Sovietica nel 1924.

Dunque, dapprima nacque la nazionale della Repubblica Russa nel 1923 che esordì battendo fuori casa l'Estonia per 4-2; poi nel 1924 questa nazionale si trasformò, ampliando i propri confini e diventando la selezione dell'intera URSS, che esordì battendo la Turchia per 3-0.

La nazionale sovietica, inoltre vinse un Europeo nel 1960 e giunse tre volte seconda. Nelle competizioni olimpiche vinse due medaglie d'oro e tre medaglie di bronzo. Ai mondiali ottenne un quarto posto nel 1966.

Nel 1992 avvenne lo smembramento dell'Unione Sovietica, a causa della caduta del Muro di Berlino e della fine delle avversità fra primo e secondo mondo. Il così detto "secondo mondo" scomparve così del tutto. A livello calcistico, la nazionale dell'URSS divenne la Nazionale della CSI (Comunità degli Stati Indipendenti), che si presentò con tale nome all'Europeo del 1992, esordendo battendo il Messico per 2-0. Questa selezione includeva solo 11 delle 15 repubbliche dell'URSS: la Georgia aderì al CSI solo dopo l'europeo, mentre gli stati di Estonia, Lituania e Lettonia avevano già le proprie selezioni calcistiche nazionali. L'Ucraina voleva anche essa l'indipendenza calcistica, per partecipare all'europeo del 1992, ma non la ottenne, e le venne accordata solo in un secondo momento.

Dopo l'europeo, dalla CSI nacque la Nazionale di calcio della Russia: la Russia è considerata infatti anche l'unica erede della nazionale dell'URSS. In più, ai calciatori un tempo dell'URSS (poi della CSI, comunità di stati che esiste tutt'ora) venne chiesto se avere la cittadinanza della propria patria di riferimento (es. Ucraina), oppure diventare cittadini russi e giocare per la nazionale russa. Gli ex ucraini Viktor Onopko ed Andrej Kančel'skis scelsero la seconda opzione.

Infine, la Russia come oggi la conosciamo (quella che ha giocato ieri, per intenderci) sorse proprio dopo l'Europeo del '92, quando le altre repubbliche ottennero proprie selezioni nazionali. Questa squadra ha ottenuto come miglior risultato fino ad oggi la qualificazione alle semifinali europee del 2008. Il prossimo Mondiale 2018, tra l'altro, si giocherà proprio in Russia.