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domenica 28 settembre 2014

Kakhaber Kaladze, carriera calcistica e carriera politica

Kaladze ai tempi del Milan
Dopo essersi ritirato dal calcio, il georgiano Kakhaber Kaladze (ve lo ricordate?) intraprende la carriera politica aderendo al partito Sogno Georgiano-Georgia Democratica, fondato dal filorusso Bidzina Ivanishvili per concorrere alle elezioni politiche del 2012 e presidenziali del 2013.

In seguito alla vittoria del partito a cui ha aderito, Kaladze è stato eletto deputato ed anche nominato Ministro dell'Energia e delle Risorse Naturali oltre ad avere il ruolo di secondo vicepremier.

Un Kaladze che si riscopre politico, dopo aver passato tanti anni della sua gioventù a difendere (come centrale ma soprattutto come terzino) i palloni che si presentavano minacciosi nell'area della sua squadra, giocando anche piuttosto bene, toccando l'apice calcistico con la maglia del Milan.

Cresciuto nella Dinamo Tblisi, squadra con cui esordisce a livello professionistico nel 1993, nel '98 viene ingaggiato dall'ucraina Dinamo Kiev, prima di passare al Milan dal 2001 al 2010 e chiudere infine la carriera al Genoa, appendendo le scarpette al chiodo nel 2012.

Da calciatore ha vinto moltissimo, in particolar modo col Milan, squadra con cui ha conquistato anche i trofei internazionali più prestigiosi: 2 Champions League, 1 Coppa del Mondo per Club, 2 Supercoppe Europee, uno scudetto, una Coppa Italia, 1 Supercoppa Italiana. A livello individuale ha svariate volte conquistato il titolo di "Calciatore georgiano dell'anno".

A carriera conclusa, si è reinventato politico, per un ennesimo caso di contatto fra i due mondi, quello del calcio e quello della politica.

(foto autore: Мельников Александр da http://www.soccer.ru/gallery/1560 CC BY-SA 3.0)

venerdì 26 settembre 2014

Austria Vienna e ordine pubblico

Lo stadio casalingo dell'Austria Vienna  (foto, autore: Jacktd, stitched by kaʁstn CC BY 3.0)
Dopo che il gruppo neonazista degli "Unsterblich" riuscì nel 2009 nell'impresa di interrompere per venti minuti la partita di Europa League nel gruppo L della fase a gironi tra Austria Vienna e Athletic Bilbao, venne di fatto imposto alle società austriache la responsabilità di mantenere l'ordine pubblico negli stadi.

A causa di ciò la società dell'Austria Vienna scrisse un apposito regolamento per l'accesso allo stadio casalingo, il Generali Arena. Il regolamento vieta cori offensivi e striscioni, oltre all'indossare indumenti che indicano o rimandano ad attitudini violente. Non solo: il gruppo degli Unsterblich venne diffidato dal ripresentarsi al Generali Arena e ad utilizzare simboli e colori del club dell'Austria Vienna.

Una politica della sicurezza che diede i suoi frutti, se si considera che nel 2009-2010 l'Austria Vienna partecipò alla Champions League ed ottenne per l'occasione un riconoscimento di gratitudine da parte della Uefa per il modo con cui ha risolto, almeno contenendolo, la questione dell'ordine pubblico.

Dopo la questione degli hooligans e quella del PSG, il post di oggi ha voluto prestare la propria attenzione ad un nuovo campionato, quello austriaco ed al modo con cui la questione della sicurezza è stata affrontata.

L'Austria Vienna è un club di buona tradizione in Patria, avendo vinto 24 volte il campionato, 27 volte (primato nazionale) la Coppa d'Austria e 6 volte (primato nazionale) la Supercoppa d'Austria. In ambito internazionale può vantare due Mitropa Cup conquistate nel 1933 e nel 1936.

giovedì 25 settembre 2014

Violenza negli stadi: il caso del PSG

Il Parco dei Principi, lo stadio del PSG
Il Paris Saint-Germain, al fine di isolare ed escludere i tifosi violenti si attivò significativamente nel 2010 a seguito della morte del capo ultrà Yann Lorence, 37 anni del 28 febbraio dovuta a scontri tra gli ultras parigini divisi peraltro da ideologia ed etnia. Tra le due curve dei tifosi del PSG vi è infatti un feroce odio.
L'episodio provocò un severissimo provvedimento da parte dell'allora presidente Leproux, mantenuto anche dalla successiva proprietà. Questo provvedimento venne attuato attraverso drastiche misure, in collaborazione con il Ministero degli Interni di Francia. Si tratta di misure severe come lo scioglimento dei gruppi ultras, la cancellazione immediata di migliaia di abbonamenti appartenenti a persone considerate violente, l'attribuzione nominativa dei posti mediante computer, il divieto di introdurre striscioni, e altro ancora.

Si è trattato quindi di una serie di nuove norme che a detta di molti consentirono alla principale squadra di Parigi di riportare maggiore ordine e sereno durante le partite.

Ristabilito il sereno, la società parigina ha reintrodotto gli abbonamenti, ma attraverso la collocazione casuale degli abbonati. Una misura simile può spiegarsi con l'evitare di mettere assieme nuovi gruppi di violenti.

Quello della violenza negli stadi è un problema grave che necessita di provvedimenti, e quelli adottati dal PSG sono serviti se non altro a placare i più violenti. Non è detto che la strada del PSG sia quella migliore, ciascuno è libero, se crede di contestare le misure adottate dalla società in collaborazione col governo, ma la questione è delicata e complessa. Vi sono dei Paesi europei in cui il fenomeno dei violenti è ormai qualcosa di marginale, seppur comunque presente come ad esempio in Inghilterra (come un post precedente spiega), altri paesi dove tale questione è ancora lontana dal trovare una adeguata soluzione. In Francia si cerca anche l'approccio della prevenzione del fenomeno, istituendo campagne pedagogiche nelle scuole per i bambini residenti nel Paese.

(foto attribuzione: Walveur di Wikimedia Commons CC BY-SA 3.0)

lunedì 22 settembre 2014

Nazionale olandese ai tempi di Rinus Michels

Rinus Michels
La nazionale di calcio dei Paesi Bassi guidata dall'allenatore anarchico Rinus Milches fu una gran bella nazionale, combattiva e piena di buoni giocatori. Secondo Anarchopedia, quella selezione anni settanta era figlia degli anni '60 ossia il periodo della ribellione e della contestazione. Un'era in cui vennero messe in discussione e attaccate molte regole della società capitalistico-borghese: ovvero la tradizione, l'ordine costituito, l'autorità.

Normalmente le squadre di calcio si basano su schemi rigidi, nel senso che ognuno ha un determinato ruolo gerarchico che va rispettato, e la dirigenza comanda l'allenatore che ha autorità sui calciatori, e i calciatori si adeguono, sicché i difensori difendono, gli attaccanti attaccano, e così via. Con l'arrivo di Rinus Michels nella nazionale arancione, molti schemi classici vennero rivisti, offrendo un modo innovativo di concepire il gioco del calcio.

Rinus Michels iniziò a portare le sue idee alla guida dell'Ajax (3 scudetti dall '66 al '68 e due finali di Coppa dei Campioni di cui una vinta nel '71). Per il sito di Anarchopedia è proprio con la nazionale olandese che l'anarchia entrerà prepotentemente nel mondo del calcio.

Michels lasciò ai giocatori la libertà di andare in ritiro con moglie e figli, senza repressioni di alcun genere, piena autonomia, libertà di autogestirsi, fumare, bere, dedicarsi a ciò che più si desiderava: i calciatori insomma non dovevano reprimere la loro personalità.

In campo viene praticato il così detto "Calcio Totale", una rivoluzione radicale, laddove i ruoli non sono da concepire come rigidi e schematici, ma necessitano di interpretazioni fantasiose da parte dei calciatori: i due terzini e le ali si scambiano di frequente i ruoli, i centrocampisti si alternano sia nella fase difensiva che in quella offensiva, gli attaccanti (come Neeskens e Crujiff) tentano di segnare in tutti i modi possibili, sulla base della loro creatività. Inoltre, il portiere Jonglobed in quella squadra sfrutto molto il gioco con i piedi, e uscì con discreta frequenza fuori dalla sua area; Johan Cruijff il più forte attaccante olandese si muoveva a tutto campo a seconda delle necessità e dello sviluppo dell'azione di gioco, difatti l'appellativo di attaccante per lui fu solo una nomina ufficiale, giacché si muoveva ovunque.

Insomma il Calcio Totale di Michels per Anarchopedia è anarchia. Per "anarchia" non si intende il non rispetto delle regole, ma la condivisione di queste regole senza quell'autorità che impone una gerarchizzazione discriminatoria della società.

Michels vinse qualche importante trofeo a livello di club, ma con gli arancioni poco. Questo vale la pena indicarlo così come fa lo stesso sito più volte citato, eppure campioni del genere, secondo il sito dell'enciclopedia anarchica in una selezione nazionale di un paese in fondo piccolo, forse non sarebbero affatto nati senza gli schemi nuovi e libertari del Ct Michels.

Lo stesso Michels, venne riconosciuto nel 1999 dalla Fifa come "Allenatore del secolo".

Ovviamente l'associazione dell'anarchia a questa nazionale è soggettiva (e forse qualcuno può anche non trovarsi d'accordo), eppure Anarchopedia effettivamente svela tante analogie tra questa ideologia e i metodi del Ct Michels dentro e fuori il rettangolo verde.

Il caso appena esposto può essere considerato un esempio di relazione fra calcio e politica dal punto di vista meramente ideologico.

Infine, va sottolineato che Michels ha vinto anche all'estero, ottenendo un campionato spagnolo e una Coppa di Spagna col Barcelona negli anni settanta e una Coppa di Germania con il Colonia negli anni ottanta.

Anche con la nazionale olandese ha vinto un trofeo: l'Europeo del 1988. A livello individuale, oltre all'allenatore del secolo del '99 prima citato, ha vinto anche la Uefa Lifetime Award 2002 e, nel 2004, il titolo di "Miglior allenatore in 50 anni di calcio professionistico in Olanda".

(foto: Bogaerts, Rob / Anefo CC-BY-SA-3.0-nl)

lunedì 15 settembre 2014

Calcio tedesco: la svolta anni ottanta del St. Pauli

Il logo dei tifosi
Nella metà degli anni ottanta la squadra del St. Pauli (ragione sociale F.C. St. Pauli von 1910) si rese protagonista di una svolta che le fece cambiare immagine, e acquisire numerosi nuovi tifosi nonostante i risultati sportivi non brillanti. Divenne un fenomeno cult.

Il cambio d'immagine fruttò tantissimo a questo club di Amburgo fondato nel 1910. La tifoseria della squadra di calcio adottò come simbolo un teschio con le ossa incrociate,  la società cambiò la sede delle gare casalinghe spostandosi nello stadio del quartiere di Amburgo a luci rosse, nella zona del porto. Si trattò di una rinnovata immagine trasgressiva, anticonformista ma anche legata alla sinistra radicale e antifascista, e non a caso il club bandì l'ingresso nel proprio stadio a tifosi di estrema destra.

Le scelte che la società fece portarono la sezione calcio di questa società polisportiva con sede nel quartiere St. Pauli, ad avere un seguito di tifosi che se nel 1981 si aggirava intorno ai 1600, divennero ben 20000 a fine anni novanta.

Si tratta di un caso di identificazione politica che in qualche modo aiutò l'immagine e l'identità di una squadra di calcio.

La tifoseria pertanto è esplicitamente legata a socialismo, comunismo, anarchismo e antifascismo. Società e tifosi insieme promuovono anche iniziative comuni contro il razzismo. Inoltre il club tende a presentarsi come un sodalizio che per sua natura è contro tutto ciò che è il "sistema".


(foto: autore VEO15; CC BY-SA 4.0  )

sabato 13 settembre 2014

Quando la politica ostacola il calcio - Parte 4: il rifiuto dell'URSS di giocare a Santiago

Stadio Nazionale di Santiago
Nel 1973 l'Urss a novembre rifiutò di affrontare il Cile a Santiago nello spareggio utile a qualificarsi alla Coppa del Mondo.

Lo Stadio Nazionale di Santiago, dove la partita doveva svolgersi era stato fino a poche settimane prima un vero e proprio campo di concentramento. La partita durò 2 minuti, il tempo per il Cile di segnare un gol contro... nessuno!! Il tutto dinnanzi a circa 20mila spettatori straniati.
A causa di ciò la Fifa assegnò la vittoria a tavolino del Cile per 2-0, sicché i cileni si qualificarono al Mondiale 1972.

L'andata del confronto si giocò regolarmente a Mosca, ma per il ritorno l'Urss presentò un reclamo per evitare di giocare a Santiago in quello stadio usato come campo di concentramento. Il reclamo non venne accolto, e a passare il turno fu dunque il Cile.

Una storia che s'intreccia necessariamente con la politica in quanto il Cile di quel periodo non se la passava bene, a causa della situazione che quel paese stava vivendo per colpa del suo nuovo presidente. L'Urss si rifiutò di giocare a Santiago proprio a causa del dittatore cileno e di quello Stadio Nazionale (non che l'Urss fosse però una democrazia, vale la pena ribadirlo in questo caso).

Augusto Pinochet, con il suo colpo di stato militare si autonominò presidente, trasformando il Cile in un paese fortemente dittatoriale. Governò il paese dall'11 settembre 1973 all'11 marzo 1990 e si rese responsabile di crimini contro l'umanità.

In quel Mondiale del 1974 giocato in Germania Ovest, la nazionale cilena non andò oltre il primo turno, ottenendo due pareggi (1-1 vs. Germania Est e 0-0 vs. Australia) e una sconfitta contro i tedeschi occidentali per 1-0.

giovedì 11 settembre 2014

La Sentenza Bosman

Jean-Marc Bosman è un ex centrocampista belga. Smise di giocare intorno agli anni novanta. Attualmente afferma di essere povero e di riuscire a vivere solo attraverso un sussidio statale. Nessuna squadra belga lo voleva, e per questo fu colpito da una forte depressione -forse complici anche i problemi in famiglia, con la moglie che lo abbandonò portando con se la figlia- che lo condusse all'alcolismo, da cui fortunatamente ne uscì.

Questo ex calciatore è famoso perché contestò davanti alla Corte di Giustizia delle Comunità Europee il mancato trasferimento alla squadra del Dunkerque, a causa della Federcalcio belga.
Nel periodo del famoso processo che lo vide protagonista, dopo aver giocato in squadre di Prima Divisione (Jupiler League) come Standard Liegi e RFC Liegi e aver racimolato ben 20 presenze nelle nazionali giovanili belghe, si ritrovò a giocare per squadre minori francesi e belghe. Dopo che venne emessa la sentenza, non trovò posto in nessun'altra squadra, e a suo dire il motivo lo si deve proprio a questa sentenza.

La così detta Sentenza Bosman, emanata il 15 dicembre 1995 gli diede ragione. Ciò determinò una rivoluzione nella regolamentazione del trasferimento dei calciatori all'interno dell'Unione Europea.
La corte stabilì che in base all'articolo 39 del Trattato di Roma, un calciatore è paragonabile a qualsiasi altro lavoratore e perciò deve avere la libertà di decidere per quale paese europeo giocare alla scadenza regolare del contratto che lo lega ad una società di calcio.

Questa sentenza nacque rispetto a tre diversi casi legali, che coinvolgevano tutti l'allora calciatore Bosman: da una parte la Federcalcio belga contro Bosman, dall'altra la RFC Liegi contro Bosman, dall'altra ancora l'Uefa contro Bosman. Costui ha avuto ragione. Ma dopo la sentenza non è riuscito a trovare "casa" in nessuna squadra.

La Sentenza Bosman diede origine alla libera circolazione dei calciatori professionisti all'interno degli stati dell'Ue, e la possibilità di firmare dei precontratti con altri club a titolo gratuito, se il contratto attuale ha una durata ulteriore di al massimo sei mesi.

La sentenza Bosman inoltre proibì alla Uefa e alle leghe degli stati membri dell'Ue di porre limiti al numero dei calciatori stranieri, se gli stessi stranieri appartengono a stati dell'Ue: in sostanza l'ultima parte della sentenza descritta afferma che siamo tutti europei, così come nel lavoro anche nel calcio.
Per ringraziarlo venne organizzata una partita in suo onore (22 giocatori, 11 per parte e senza riserve), e i calciatori della Nazionale olandese si tassarono di 2500 euro ciascuno per aiutarlo.

Tuttavia, il calciatore cadde in una profonda depressione, probabilmente complice il fatto di non aver più trovato posto in nessuna altra squadra.

In ogni caso il nome di Bosman troverà posto sui libri di storia del calcio europeo: attraverso la Sentenza Bosman, non soltanto nacque il paramentro zero, ma il 21 aprile 2005 le 52 federazioni dell'Uefa approvarono una norma volta ad aumentare il numero di calciatori allenati nel proprio paese.

La Sentenza Bosman ha qualche lato negativo? Indirettamente sì, legato al fatto che questa sentenza si è resa involontariamente complice del fatto che gli stipendi ed i premi ai calciatori, detti top player -allo scopo di convincere questi a restare in squadra e non partire a zero euro- sono sempre più alti (anche se la crisi sta ponendo dei tetti in alcuni campionati rilevanti, come quello italiano).

Inoltre a farne le spese sono anche le piccole società, che col parametro zero rischiano di cedere dei buoni calciatori senza guadagnarci nulla.

Tuttavia la sentenza presenta indubbi vantaggi sia per le società (che possono così fare grandi affari), che naturalmente per i calciatori i quali non sono più costretti a restare in una squadra senza la loro espressa volontà, cosa che era capitata proprio a Bosman il quale voleva trasferirsi presso la squadra francese del Dunkerque: tutto partì da lì.

mercoledì 10 settembre 2014

Barcelona-Real Madrid: perché tanta rivalità tra i club e le tifoserie?

El Clasico è una sfida di portata internazionale, uno dei match più attesi e seguiti da tutto il mondo. Si tratta di un incontro che vede contrapporsi due mondi diversi, all'interno dello stesso stato.

Come mai esiste così tanta rivalità tra i blancos e i blaugrana?

La rivalità e le differenze tra le due squadre hanno una storia lontana, risalente a molto prima che i due club nascessero. Barcelona e Real Madrid sono espressione da una parte di indipendentismo, dall'altra di fedeltà alla corona.

La Castiglia con capoluogo Madrid (ovviamente anche capitale della Spagna), e la Catalogna con capoluogo Barcelona esprimono delle tensioni risalenti all'epoca medievale. Il calcio diventa quindi un veicolo di espressione politica che riguarda delle questioni ben più antiche.

Ai tempi del franchismo, la dittatura del fascista Franco, i tifosi del Barça in genere accusano i madridisti di essere stati favoriti dal regime dittatoriale; a loro volta i madridisti rispondono che in verità è l'Atletico Madrid ad aver beneficiato di particolari privilegi: prima della proclamazione di Franco militava in Seconda Divisione, poi la stagione successiva vinse la Liga; non solo: i sostenitori del Real Madrid tengono a rammentare ai catalani che nel periodo della dittatura (1939-1975) sono i blaugrana a vincere più titoli (64 a 62). In più nel 1940 Enric Pineyro, collaboratore di Franco, divenne presidente del Barça, mentre il presidente del Real, Rafael Sanchez Guerra (repubblicano) fu imprigionato e torturato, e gli uomini del dittatore assassinarono anche un vicepresidente e tesoriere del Real e un presidente ad interim scomparve. E ancora, durante la presidenza di Santiago Bernabeu al Real, quest'ultimo si pose contro il governo franchista, anche, nello specifico, per dei fatti che accaddero dopo una partita del Real del tempo.

Conclusa la dittatura, la rivalità politica sembra essersi acuita in favore di una maggiore rivalità prettamente calcistica. Tuttavia, negli ultimi tempi gli indipendentisti catalani -complice anche il particolare periodo di crisi che vive la Spagna- stanno facendo sentire forte la loro voce, e spesso questa rivalità con il centralismo di Madrid trova come mezzo di sfida anche il calcio, con appunto la partita tra Barcelona e Real Madrid.

El Clasico è un match storico, che pone di fronte le due squadre più titolate della Spagna, e molto probabilmente le due compagini spagnole con più tifosi sia in patria che all'estero. Il confronto è stato giocato, ad oggi, complessivamente per 260 volte tra Liga, Coppa di Spagna, Champions League, Supercoppa di Spagna, amichevoli, eccetera: le vittorie del Real ammontano a 95, quelle dei blaugrana sono 107, e di conseguenza i pareggi sono complessivamente 58. In totale, le reti madridiste sono 425, quelle catalane 452. L'ultima sfida si è giocata nella finale di Coppa di Spagna, e ad aggiudicarsi la competizione sul neutro di Valencia fu il Real Madrid che vinse per 2 reti ad una

(foto cc-by-sa-2.0 autore: Alejandro Ramos)

lunedì 8 settembre 2014

Politica e calcio nel Kashmir

Il noto pedagogista Agha Ashraf Ali, appasionato di calcio e pedagogista, affermò che il calcio ha sempre rappresentato un fronte per il movimento di liberazione in Kashmir.

Ai tempi dell'Impero britannico il Kashmir era governato dalla famiglia reale indù dei Dogra. Quando il Friends Club, una squadra locale kashmira sconfisse la formazione della polizia reale, il pubblico acclamò gli atleti locali, irridendo i giocatori del re, i quali rimasero arrabbiati per la sconfitta, ma in modo così forte che quando i vetturini li riaccompagnarono nella zona in cui stazionava la polizia, non soltanto non pagarono i vetturini, ma li picchiarono. Così questi ultimi tornarono a casa senza soldi, con percosse, e sanguinanti.

In seguito all'accaduto, quando lo venne a sapere lo sceicco Mohammad Abdullah -colui che in seguito guidò una rivolta contro i reali diventando il primo ministro del Kashmir- insieme a poche altre persone si armò di mazze da hockey e attaccò un gruppo di soldati reali.

L'episodio appena descritto deriva dalle parole del pedagogista Agha Ashraf Ali (tratte da un articolo di mondocalciomagazine.it) a cui si è già accennato.

In generale, non è la prima volta che il calcio genera violenza, non lo è nemmeno per questioni politiche. Il pallone in quanto tale però non c'entra, il calcio va di per se tenuto distante dagli episodi di violenza appena descritti, che sono scaturiti solo indirettamente dallo sport. Perché se qualcuno non è in grado di accettare la sconfitta (risultando poco "sportivo"), la colpa di conseguenti episodi di violenza non la si può attribuire alla partita in quanto tale.

In realtà, come è facile intuire, i reali ai tempi dell'Impero britannico erano veramente malvisti. Da qui il motivo della derisione del pubblico, entusiasta di aver battuto gli uomini del re.

Il Kashmir è una regione dell'India che venne dominata dalla dinastia dei Dogra fino al 1947.
Il calcio fu introdotto in Kashmir da Tyndale Biscoe, missionario britannico fondatore della scuola Biscoe a Srinagar nel 1891, e pian piano divenne vieppiù sport popolare.

Oggi la regione è rivendicata da tre diversi stati che la amministrano: India, Cina e Pakistan, e la situazione interna è pertanto molto complessa. La rivendicazione di questo territorio è uno dei motivi di conflitto tra India e Pakistan e d il calcio locale non ha una lunga tradizione in questo territorio, visti anche gli episodi bellici caratterizzanti il luogo.

In periodo di maggiore tranquillità il calcio torna ad essere seguito, assumendo anche contorni politici. Quando la squadra del Kashmir (il più settentrionale degli stati dell'India) sconfisse il Delhi nel Santosh Trophy uno striscione recitava: "il Kashmir batte l'India", evidentemente volto a sottolineare un'ideologia indipendentista. Tra l'altro la "fetta" di Kashmir indiana è ufficialmente conosciuta col nome di Jammu e Kashmir, ed il trofeo di cui prima è una competizione a carattere annuale che si svolge in India.

(attribuzione foto: VlSimpson CC BY-SA 3.0)

sabato 6 settembre 2014

2012: il "derby dello spread"

Varsavia, 16 giugno 2012
Il 16 giugno del 2012 accaddero due fatti importanti per gli ellenici: la Grecia batté la Russia contro ogni pronostico, accedendo ai quarti di finale di Euro 2012 (giocato in Polonia e Ucraina); il partito greco di Nea Dimokratia del leader Antonis Samoras vinse le elezioni davanti ad un pronostico anche qui non scontato: infatti ottenne il 29,5% rispetto al 27% ottenuto da Syriza, il partito di sinistra di Alexis Tsipras che si dichiarò -e continua a dichiararsi- decisamente contrario alle politiche di austerità imposte dalla Germania.

Le tensioni tra la Grecia e la Germania per via della forte crisi che colpì lo stato ellenico furono elevatissime, il clima anti-europeista che si respirò in Grecia in quel periodo spaventava coloro i quali si dichiaravano convinti europeisti. Gli ellenici accusarono (e continuano ad accusare) la cancelliera tedesca capo del governo Angela Merkel di essere la principale responsabile della forte crisi, delle politiche di austerità e della povertà regnante in Grecia.

Così la vittoria del partito pro-europeista scongiurò un'eventuale uscita della Grecia dall'Euro. Non solo: ai quarti di finale la Grecia si ritrovò di fronte nientemeno che... la Germania! Si, proprio quella tanto odiata nazione.

Quella partita venne soprannominata il Derby dello Spread. Giocata il 22 giugno, vide imporsi la Germania per 4 reti (39' Lahm, 61' Khedira, 68' Klose, 74' Reus) a 2 (55' Samaras, 89' Salpingidis su calcio di rigore). Quindi la tanto voluta "rivincita" non vi fu. Poi, come finì l'Europeo è storia nota: l'Italia sconfisse la Germania, ma venne battuta a sua volta, pesantemente in finale dalla Spagna.

Un aspetto che si evince da questa storia, è che il calcio in tale frangente per tanti ha rappresentato un modo per poter "prendersi la rivincita" contro una nazione odiata, ritenuta dagli ellenici responsabile di molte disgrazie. Il calcio che si commistiona, per l'ennesima volta, alla politica.

(foto: Graeme Maclean da Wikimedia Commons)

mercoledì 3 settembre 2014

Quando la politica ostacola il calcio - Parte 3: 1968-69, l'Europa comunista si ritira dalle coppe

La Cecoslovacchia: le sue regioni e i suoi confini
Nelle coppe europee, per motivi politici accadde qualcosa di singolare: alla vigilia della stagione 1968-69 tante squadre dell'Est decisero di non partecipare alle manifestazioni.

Ciò derivò dal fatto che il blocco orientale era filosovietico, sicché la scelta aveva un significato chiaramente di natura ostile verso i paesi dell'Ovest.

In quel periodo, uno dei motivi di questa scelta fu sicuramente l'invasione della Cecoslovacchia da parte dell'Unione Sovietica, che diede origine ad anni di tensioni tra il mondo orientale con quello occidentale.

In Coppa dei Campioni, quell'anno vi giocarono 27 squadre. A causa di fatti legati alla Primavera di Praga, come detto si ritirarono alla vigilia diversi club: la Dinamo Kiev, il Ferencvaros, il Levski Sofia, il Ruch Chorzow ed il Carl Zeiss Jena.

A vincere la competizione fu il Milan, che sconfisse l'Ajax per 4 reti a 1 (tripletta di Pierino Prati e un gol di Sormani per il Milan, e rete di consolazione di Vasovic per gli olandesi).

In Coppa delle Coppe, per la solita ragione politica della Primavera di Praga, rinunciarono a partecipare alla competizione le seguenti squadre: Dynamo Mosca, Gyori, Spartak Sofia, Gornik Zabrze, Union Berlin (quest'ultima appartentente alla Germania Est), ed a vincere in finale fu lo Slovan Bratislava che sconfisse il Barcelona(!) per 3 a 2.

In casi come quelli appena descritti la relazione calcio-politica è veramente significativa, in quanto si tratta di un ennesimo fenomeno di politica che ostacola il regolare svolgimento di importanti manifestazioni. Il tutto, si diceva per i fatti legati alla Primavera di Praga. Ma di cosa si trattò esattamente?

La Primavera di Praga, iniziata il 5 gennaio 1968 con il riformista slovacco Alexander Dubcek salito al potere, fu un processo di liberalizzazione politica avvenuto in Cecoslovacchia, volto ad ottenere maggiore autonomia dall'Unione Sovietica. Le riforme della Primavera di Praga furono dunque un tentativo di concedere più diritti ai cittadini cecoslovacchi, e questo processo andò avanti sino al 20 agosto del '68, quando cioè l'URSS e i suoi stati alleati del Patto di Varsavia -tranne la Romania- invasero il territorio.

L'occupazione sovietica in terra cecoslovacca durò fino al 1990, poi in seguito vi fu la famosa caduta del Muro di Berlino, la fine della guerra fredda tra Est e Ovest e la scissione dello Stato in due distinte repubbliche: la Slovacchia e la Repubblica Ceca (anche identificata con il meno comunemente utilizzato "Cechia").

martedì 2 settembre 2014

Quando la politica ostacola il calcio - Parte 2: 1959, il rifiuto della Spagna franchista a giocare contro l'Urss

Il Parco dei Principi, l'impianto in cui l'Urss si aggiudicò il primo campionato Europeo  
Correva l'anno 1959: la nazionale calcistica della Spagna, quella di Luisito Suarez e Alfredo Di Stefano fu ad un passo dal qualificarsi alla fase finale della prima edizione del campionato europeo.

Al momento del sorteggio, risultò che la Spagna allora governata dal dittatore fascista Francisco Franco, avrebbe dovuto calcisticamente disputare due partite -di andata e ritorno- contro la nazione simbolo del comunismo nel mondo: quella tanto mal vista Unione Sovietica. Le gare erano valide per i Quarti di finale utili all'accesso alla fase finale. Il dittatore però impedì alla squadra iberica di giocare, e dunque le negò automaticamente l'accesso al torneo europeo del 1960.

A qualificarsi fu dunque l'Urss, che nella fase finale giocata in Francia sconfisse 3-0 la Cecoslovacchia, e nella finale al Parco dei Principi di Parigi, il 10 luglio, davanti a 17.966 spettatori paganti, grazie alle reti di Metreveli al 49' che realizzò l'1-1 e di Ponedel'nik nei tempi supplementari, batté la Jugoslavia per 2 a 1.

La manifestazione e la coppa furono dunque vinte dall'Unione Sovietica, la quale si risparmiò ben due partite -tra andata e ritorno- contro la pur fortissima Spagna dell'epoca. Una situazione in cui la politica ha avuto un ruolo forse decisivo nel determinare la vittoria di una squadra di calcio: cosa sarebbe accaduto se il doppio confronto si fosse disputato non lo sapremo mai.

Tuttavia la Spagna seppe prendersi la rivincita quattro anni più tardi, alla seconda edizione dell'evento: nell'Europeo del 1964, giocato proprio in Spagna, sconfiggendo in finale proprio i sovietici, per 2 a 1.

(autore foto Parco dei Principi: Stanmar )

venerdì 29 agosto 2014

I "Matagigantes" di Vallecas

Stadio di Vallecas, un tempo noto come Stadio "Teresa Rivera"
Molti dei tifosi del Rayo Vallecano si definiscono comunisti oppure anarchici. Provengono da Vallecas, quartiere povero di Madrid, e seguono la propria squadra nel piccolo stadio di quartiere un tempo dedicato a Teresa Rivero, la madre-padrona del Rayo (prima presidente donna nella storia della Liga) aveva 13 figli, 36 nipoti e un marito curiosamente legato all'estrema destra, in un quartiere prettamente operaio.

Così operaio che la terza squadra della città di Madrid (dopo Real e Atletico) adotta come simbolo un'ape operaia, proprio a voler sottolineare l'origine proletaria, popolare e operaia della zona della città che rappresenta.

Il gruppo di musica ska, gli Ska-P, noti per le loro posizioni anarchiche, si sono formati musicalmente proprio nel quartiere di Vallecas, ed al Rayo dedicano una canzone, in cui vi è una strofa che recita: "Somos los hinchas mas anarquistas, los mas borrachos, los mas antifascistas. Nuestro rayito revolucionario. Todos los fachas ¡¡fuera de mi barrio!!", ed è un inno in quanto tifosi al fatto di essere anarchici, i più ubriachi (borrachos), e antifascisti, gridando infine "Tutti i fascisti fuori dal mio quartiere". Una identificazione calcistica e territoriale che riflette dunque anche una forte commistione calcistico-politica.

Il Rayo Vallecano nella sua storia non ha vinto molto, anche se in qualche anno ha militato nella massima serie spagnola. Nel suo palmarés risulta la Coppa di Lega di Seconda Divisione del 1986, 2 campionati di Seconda Divisione B (terza serie spagnola) e 2 di Terza Divisione (quarto livello). Tra le soddisfazioni, la qualificazione in Coppa Uefa anche grazie alla vittoria all'ultima giornata contro nientemeno che il Barcellona al Camp Nou per 2 reti a zero.

I giocatori del club sono storicamente appellati con il soprannome di "Matagigantes", ossia "ammazzagrandi" perché soliti a infastidire le big del calcio spagnolo, fra cui anche il Real Madrid negli anni novanta, quando nel Rayo giocavano Hugo Sanchez e Toni Polster.

Attualmente la squadra milita nella Liga, la prima divisione spagnola. Lo scorso anno si è piazzato al 12° posto in classifica.

Autore foto: Lokomotive74

giovedì 28 agosto 2014

Egitto tra calcio e politica

Bandiera Al Alhi
1° Febbraio 2012, in terra egiziana si gioca una partita tra Al Masri e Al Alhy. A fine gara, vinta dagli ospiti, cioè l'Al-Alhy scoppia una forte violenza. In tale occasione, accorsa dopo quasi un anno dalla caduta di Hosni Mubarak (presidente dal 1981 al 2011), persero la vita 74 persone.

Malgrado vari processi e condanne, mai fu fatta chiarezza del tutto rispetto all'accaduto, ma in ogni caso sono in molti a sostenere che dietro questo così detto Massacro di Port Said vi sia una vendetta, una ripicca contro gli ultras dell'Al-Alhi, la squadra simbolo del Cairo. Infatti questi ultras secondo molti vennero puniti dal servizio di sicurezza dello stadio e dalle forze dell'ordine locali per il ruolo svolto dai tifosi della squadra durante i giorni della Primavera Araba e di Piazza Tahrir. A punirli dunque, secondo molti, sarebbero stati gli ex partigiani di Mubarak.

La Primavera Araba in Egitto iniziò a gennaio 2011 e vide scontri e manifestazioni lungo l'Egitto così accese da dare ragione ai ribelli, i quali invocavano la liberazione dei prigionieri politici, la libertà d'informazione e la rivolta contro corruzione e privilegi dei potenti. L'11 febbraio Mubarak si dimise ed il Paese venne lasciato nelle mani di una giunta militare, in attesa di una costituzione e di nuove elezioni presidenziali.

Piazza Tahir, nel 2011 è stato il principale luogo di protesta contro Mubarak, e a protestare furono in tantissimi, un milione secondo Al Jazeera (il 1° febbraio 2011), ed alla fine raggiunsero il proprio scopo.

In Egitto gli ultras dell'Al Alhy gicarono un ruolo fondamentale nell'orchestrare i disordini di Piazza Tahrir contro Mubarak: infatti il club è non a caso l'espressione dell'Egitto popolare nonché talvolta nazionalista. Viceversa vi è il Zamalek, definito "club misto" la cui squadra ha sempre accettato sia giocatori stranieri che egiziani, diventando nel corso del tempo la squadra dei generali, dei membri dell'Esercito, e degli egiziani più ricchi. Anche per questo motivo, ad esempio si spiega la grande rivalità tra le tifoserie di questa squadra e dell'Al Alhy, che nel 1971 sfociò in violenza inaudita lungo le strade per giorni e giorni a causa di un episodio arbitrale controverso che fece sospendere la gara. A placare gli animi allora vi fu il calciatore Saleh Selim dell'Al Alhy che riconobbe pubblicamente la correttezza della decisione arbitrale.

La politica, quando si commistiona al calcio, può arrivare anche a questo.  Altre volte invece, come dimostra la strage dello stadio di Port Said il calcio c'entra solo nei suoi aspetti extra sportivi, nel suo essere un evento seguito dai tifosi i quali sono schierati politicamente. Insomma: le possibili combinazioni tra calcio e politica sono variabili, e come raccontato nel post di ieri a proposito dell'attacco ai giocatori israeliani da parte di un pubblico pro palestinese, spesso viene sfruttato l'evento calcistico per la sua capacità di chiamare a raccolta persone appartenenti ad una specifica etnia o appartenenti ad una specifica ideologia politica (calciatori inclusi, come il post di ieri ha dimostrato) per scopi -purtroppo- di natura bellicosa.

Autore foto: Zo3a da Wikimedia Commons

mercoledì 27 agosto 2014

Luglio 2014: sospesa la gara del Maccabi e aggrediti i giocatori

Una gara del Maccabi (vs Bayern Monaco)
Quando il calcio diventa strumento per sfoghi di matrice ideologica, sulla base di questioni politiche, allora può accadere veramente di tutto.

Questa estate, la squadra israeliana Maccabi Haifa giocava contro la francese Lille, in Austria. La gara è stata interrotta e sospesa dopo che un gruppo di pro palestinesi ha invaso il campo. Si tratta di spettatori di origine turca, che avevano bandiere palestinesi che hanno attaccato fisicamente i giocatori, i quali si sono difesi e non hanno riportato ferite.

"Non è accaduto per motivi sportivi, ma perché rappresentiamo Israele. Noi siamo contro la violenza, crediamo nella convivenza e nella tolleranza".

Questi atteggiamenti, che riflettono le tensioni tra israeliani e palestinesi, nascondono certe volte un alone di antisemitismo, sparso per l'Europa. Episodi contro gli ebrei, sia verbali (slogan nazisti) che "concreti" (negozi bruciati perché gestiti da Ebrei), come riporta un articolo di dagospia.com sono accaduti di recente, e quindi l'episodio legato alla partita tra Maccabi e Lille è solo uno dei (purtroppo) tanti atteggiamenti di violenza fisica e verbale verso il popolo ebraico e israeliano.

Naturalmente, per essere pro palestinesi -o pro israeliani- non v'è bisogno necessariamente di ricorrere all'uso della forza e delle minacce nei confronti di persone che hanno come -presunta- colpa quella di appartenere ad un'etnia in particolare.

Autore foto: Grzegorz Jereczek from Gdańsk, Poland

lunedì 25 agosto 2014

L'Iran e il divieto alle donne di recarsi allo stadio

L'Azadi Stadium, celebre impianto sportivo iraniano
Anche il presidente della Fifa Sepp Blatter, l'anno scorso invitò le autorità iraniane a permettere alle donne di poter assistere alle partite di calcio. Il 7 novembre 2013  in visita nella capitale iraniana Teheran, il presidente Blatter dichiarò anche che l'autorità femminile iraniana più importante è stata tra coloro con cui ha sollevato la questione, specificando anche di non voler interferire per cambiare la legge specifica, la quale è espressione di un divieto risalente sin dalla Rivoluzione Islamica del 1979.

Già nel 2006 l'allora presidente Ahmadinejad manifestò l'intenzione di rompere questo tabù, ma non se ne fece nulla, e la manifestazione di tale intenzione servì probabilmente a placare almeno un po' le tensioni internazionali, viste le precedenti affermazioni antisemite e di negazione dell'olocausto dello stesso Ahmadinejad. Già qualche anno prima del 2006 gruppi di donne vennero ammesse ad alcuni incontri calcistici, ma formalmente il divieto non è mai stato tolto, ed è ad oggi presente.

L'interesse per il calcio ha avuto una grande crescita in Iran, anche tra il pubblico femminile, specie da quando nel 1998 la nazionale tornò a qualificarsi al Mondiale in Francia. Il calcio è alla pari del wrestling il principale sport seguito in terra persiana.

In un paese dove vi è una cultura dell'occultamento del corpo femminile nonché della divisione sessuale degli spazi, il fatto che le donne non possano recarsi alle partite di calcio diventa normale. Nel 2003 fu costituita una squadra nazionale femminile, con donne già militanti nella squadra nazionale di calcio a 5: ebbene, quando giocano sono interamente coperte (anche con i capelli), persino col caldo dell'estate. Gli sport pubblici a cui le donne possono dedicarsi in effetti sono molto limitati, e ciò deriva appunto da un fatto culturale, sebbene tali limitazioni siano oggetto di controversie.

Tornando all'ingresso negli stadi, ogni qualvolta vi è una manifestazione importante, le donne femministe si ribellano. Nel 2001 per la gara Iran-Irlanda, le autorità consentirono l'accesso alle donne irlandesi ma lo vietarono a quelle iraniane, e la cosa si ripetè ad esempio nel 2004, quando 11 donne vennero respinte in occasione di Iran-Germania, mentre alle tedesche l'ingresso allo stadio venne permesso. "In cosa siamo diverse da loro?" protestavano le femministe iraniane. Ad elezioni ravvicinate, un ristretto gruppo di donne il 25 marzo del 2005 per le qualificazioni al Mondiale contro il Giappone, vi furono anche altre occasioni in Iran, sempre in quel periodo con delle donne allo stadio, ma il divieto persiste. Del resto, dal punto di vista islamico è peccato per le donne guardare le gambe nude degli uomini proprio come per gli uomini è peccato guardare donne scoperte.

Autore foto: de:user:Ghermezete su Wikimedia Commons

sabato 23 agosto 2014

Quel breve periodo di Neapolis Frattese

Bandiera di Frattamaggiore (foto: Umberto Basilica)
Correva l'anno 2011, in quel di Frattamaggiore (Napoli) l'atmosfera era di quelle festose, c'era l'entusiasmo delle grandi occasioni. Ed in effetti l'evento era di quelli importanti, perché in seguito al fallimento della fu Frattese, in città dopo tanti anni il calcio di medio livello stava ritornando. La presentazione del Neapolis di Mario Moxedano, spostatosi appositamente da Mugnano (sempre provincia di Napoli) osservò il sindaco della città Francesco Russo (Pd) particolarmente soddisfatto. Ed era soddisfatto anche lo stesso Moxedano, il presidente del Neapolis, che affermò: "Finalmente abbiamo dei tifosi".

Le premesse per fare bene c'erano tutte: si ripartiva dalla Serie C2, e per l'occasione la squadra stava per adottare in via ufficiale (nel frattanto solo ufficiosa) la nuova denominazione di "Neapolis Frattese".

Tuttavia i risultati della squadra erano deludenti, al punto che le contestazioni del pubblico locale ebbero una eco consistente, tanto da costringere il presidente della squadra a prendere una decisione molto drastica: lasciare Frattamaggiore e tornare a giocare a Mugnano! Ciò avvenne a campionato in corso.

Venuto a sapere dell'accaduto, il sindaco della città dichiarò: "Sono andati via senza nemmeno avvisare. Un modo davvero squallido per andarsene". Questo è un caso in cui è stavolta la "politica" a muovere accuse al "calcio", a differenza di quanto mostrato nel post di ieri (in cui un presidente di una squadra accusò il Comune di non aver fatto abbastanza per il calcio locale). Ovvero è il mondo politico a criticare l'universo pallonaro. Anche stavolta questo blog non vuole prendere una posizione netta, perché se la società è andata via avrà avuto i suoi motivi, magari però prima di andarsene potevano passare per fare un saluto al sindaco...

Per la cronaca, il Neapolis proseguì la sua stagione allo Stadio Vallefuoco di Mugnano, retrocedendo in Serie D. Nella stagione successiva, spostò il club a Torre del Greco (Napoli) rifondando la Turris, adottando provvisoriamente il nome di Torre Neapolis. Oggi la Turris milita in Serie D, tuttavia mediante l'acquisto di un titolo sportivo di un'altra squadra (il Miano): infatti il Neapolis (che a Torre ha vinto anche una Coppa Italia Serie D) è tornato a Mugnano, dopo due anni, anche per via della nuova contestazione, stavolta da parte dei tifosi corallini. Anche a Frattamaggiore oggi vi è una nuova società: la Nerostellati Frattese, militante in Serie D.

giovedì 21 agosto 2014

Ferenc Puskás e la Spagna

Alfredo di Stefano e, a destra Ferenc Puskas al Real
Nel post dello scorso 19 luglio si è parlato del tema trattato da un articolo di Daniele Camilli sulle coincidenze interessanti circa lo stato di crisi sociale in una nazione e le conquiste calcistiche da parte di alcuni calciatori (pallone d'oro) o club di quella nazione oppure della squadra nazionale.

Dalla crisi si ottiene una nuova fase, di trasformazione sociale, e la vittoria in qualche modo può agevolare tale trasformazione, come per il Miracolo di Berna di cui questo blog si occupò, in un post relativo alla Germania Ovest.

Oggi il tema tratta in maniera specifica uno degli esempi menzionati sull'articolo di Camilli, e per la precisione le vittorie del Real Madrid utili al regime franchista (del "generalissimo" Franco) di natura fascista della Spagna.

Ferenc Puskás Biró (noto semplicemente come Ferenc Puskás) fu uno dei più grandi giocatori della storia del calcio, considerato il miglior calciatore ungherese di sempre. Attaccante della Honved di Budapest e dell'Ungheria, esordì a 16 anni e vinse cinque campionati ungheresi e 4 volte la classifica dei marcatori.

Si trovò in trasferta a Bilbao insieme alla famiglia e assieme ovviamente alla sua squadra quando nel frattempo a Budapest, la capitale dell'Ungheria scoppiava la Rivoluzione del 1956. Accadde infatti che vi furono dei moti rivoluzionari in Ungheria, il 23 ottobre del '56 che portarono gli ungheresi ad uscire dal Patto di Varsavia. Ciò chiaramente non fu gradito ai sovietici, che nei primi di novembre dello stesso anno invasero Budapest, provocando il caos, che portò a tante morti (oltre 3000 per entrambe le fazioni pro e contro i sovietici) e infine i sovietici costrinsero l'Ungheria a tornare nel Patto, in cui vi rimase sino al 1989. Nel frattempo, per il periodo particolare in patria, Ferenc Puskás chiese asilo politico, e rimase per circa 18 mesi tra Austria e Italia, finché non venne ingaggiato dal Real Madrid di Santiago Bernabeu l'11 agosto 1958.

Ingrassato e fuori forma, i suoi compagni di squadra al Real lo chiamavano "El Cañoncito Pum Pum". Aveva 31 anni quando giunse a Madrid, e in quel periodo di circa 9 anni la squadra, anche grazie al suo importante contributo vinse 6 campionati spagnoli, 4 titoli di capocannoniere, 1 Coppa Intercontinentale, 1 Coppa di Spagna e 3 Coppe dei Campioni, tra cui quella della finale contro l'Eintracht di Francoforte battuto per 7-3, in cui realizzò addirittura una quaterna. Grazie alla permanenza al Real, venne naturalizzato spagnolo. Ottenne anche 85 presenze con la nazionale ungherese, in cui militò dal 1945 al 1956 (l'anno dell'invasione sovietica) segnando 84 gol, un record. Militò anche nella squadra olimpica che vinse l'oro nel '54 ed infine, ottenuta la cittadinanza spagnola fece anche quattro apparizioni con la Spagna (tra il 1961 e il 1962, senza però segnare reti). Militò in due sole squadre come calciatore, ma ne guidò tante sparse per il mondo, come allenatore.

Ovviamente, la parte centrale dell'analisi di questo post fa riferimento agli anni di militanza nel Real Madrid della Spagna franchista. Il calcio contribuì a migliorare le relazioni internazionali di un stato guidato dall'unico governo di estrema destra sopravvissuto alla Seconda Guerra Mondiale, anche se occorsero più di vent'anni per migliorare lentamente la considerazione dei paesi vincitori nei confronti degli spagnoli.

Stavolta dunque, a causa della crisi dell'Ungheria fu la Spagna calcistica ad ottenere risultati importanti, e tali risultati giovarono alla dittatura spagnola, franchista e di stampo fascista in quanto -secondo quanto riporta l'articolo di Camilli- anche grazie alle vittorie del Real Madrid, il regime spagnolo dell'epoca riuscì ad ottenere visibilità e a costruirsi una nuova identità nei confronti degli altri paesi, e cioè quegli stessi paesi vincitori della guerra che isolarono la Spagna dal 1945 per un periodo di circa vent'anni.

martedì 19 agosto 2014

Le origini anarchiche di Argentinos e Chacarita, squadre del campionato argentino

Argentinos Jrs. nel 1927
Chacarita: la squadra vincitrice del 1969
In Sud America furono soprattutto gli immigrati europei ad importare ideali anarchici, socialisti e comunisti, così come furono gli stessi immigrati europei ad importare il calcio. Il calcio argentino conta la presenza di alcune squadre in un certo modo legate all'anarchia, come si può leggere in una pagina di ita.anarchopedia.org.

L'Argentinos Juniors è un club fondato nel 1904 con il nome Martires de Chicago in omaggio agli anarchici condattati a morte a Chicago nel 1886, ed il Chacarita Juniors (colori bianco, rosso e nero -questi ultimi due gli stessi dell'anarchia) nacque proprio in una biblioteca anarchica nei pressi di Buones Aires, nel 1906.

Tenendo presente che i calciatori dei primi del Novecento (anno in cui vennero fondati molti club di calcio, e non solo in Argentina) erano dilettanti e dunque molti di loro svolgevano altri lavori, proprio per tale motivo molti di loro, spiega anarchopedia.org, avevano simpatie per l'anarchismo, il socialismo e il comunismo- e tanti erano iscritti alla FORA, storica organizzazione anarchica e comunista libertaria argentina.

L'Associacion Atletica Argentinos Juniors è una polisportiva con sede a Buenos Aires nota soprattutto per il calcio (ha anche il calcio a 5, la pallacanestro, la pallamano, l'hockey ed il taekwondo), da questo club sono "nati" calcisticamente diversi calciatori, fra cui i più famosi Fernando Redondo, Juan Roman Riquelme e Diego Armando Maradona. Vanta la vittoria di 3 campionati argentini, 1 Coppa Libertadores, 1 Coppa Interamericana. Le vittorie ottenute dalla squadra risalgono soprattutto nel periodo tra il 1984 e il 1986, escluso il campionato vinto nel 2010. Il primo nome del club, fu -come più su già menzionato- un omaggio ai Martiri di Chicago, ossia gli otto anarchici imprigionati o impiccati in seguito alla Rivolta di Haymarket.

La rivolta di Haymarket avvenne a Chichago in Illinois (Usa), il 4 maggio 1886: si tenne un raduno di lavoratori ed attivisti anarchici in piazza Haymarket per supportare i lavoratori in sciopero. Uno sconosciuto lanciò una bomba su un gruppo di poliziotti, ed uno di questi poliziotti morì all'istante. Fu il caos, e altri sette agenti vennero uccisi da fuoco amico, proprio come molti civili. A seguito di ciò vi fu un processo che portò alla condanna a morte per impiccagione di otto lavoratori anarchici di origine tedesca, anche se in seguito vennero riconosciuti innocenti. Questi fatti rientrano tra tutte le lotte degli operai ricordate dalla Festa dei Lavoratori.

Tornando al mondo calcistico, le origini anarchiche dell'Argentinos sono tra le principali cause del gemellaggio con il Chacarita Juniors. Il Club Atletico Chacarita Juniors ha sede a Villa Maipù (provincia di Buenos Aires), e milita attualmente nella terza serie del campionato argentino, cioè la Primera B Metropolitana (l'Argentinos invece si ritrova attualmente in Primera B Nacional, ossia la Serie B argentina dopo la retrocessione avvenuta matematicamente nell'aprile 2014). Il Chacarita conta come titolo quello del Campionato Metropolitano del 1969, ossia l'unica competizione di particolare rilievo vinta da questo club, che tuttavia è stato in più occasioni nel massimo campionato argentino e può vantare la vittoria di due campionati di secondo livello e 1 di terzo livello. Anche questa società conta, oltre al calcio, altre discipline sportive.

lunedì 18 agosto 2014

Iran, 2010: le ipotesi di Mottaki nel Mondiale in Sudafrica

Un incontro del Mondiale in Sudafrica (Brasile-Corea del Nord)
Anche oggi questo blog si occupa del rapporto calcistico-politico iraniano, soffermandosi però su un aspetto particolare circoscritto ad un periodo di tempo ben determinato: il 2010.

Nel 2010, come si è visto nel post di ieri (articolo che analizzava l'andamento calcistico e le relazioni internazionali dei persiani negli ultimi decenni) l'Iran non si qualificò al Mondiale di Sudafrica.

Il governo brasiliano espresse solidarietà al governo iraniano, e quest'ultimo si ritrovò tra l'altro in pessimi rapporti con Israele, il che peggiorò ulteriormente, in quegli anni a cavallo tra la seconda metà degli anni duemila e la prima metà degli anni duemiladieci, le relazioni diplomatiche tra l'Iran e diversi altri paesi occidentali, ma col Brasile vi fu una sorta di alleanza. E questo spiega, secondo alcuni blogger che scrissero dei post in quel periodo il motivo per cui la Seleçao verdeoro venne eliminata dalla competizione.

Qualche mese prima della manifestazione, in Iran si fece sentire con forza l'Onda Verde (anche Green Movement), movimento che diede origine alle proteste di cui si è già discusso sul post di ieri relative alla rielezione del presidente iraniano Ahmadinejad, reo -secondo il movimento (e forse non ha avuto tutti i torti, se si ci si informa su cosa quel governo imponeva al popolo di fare e non fare)- di essere un simbolo di antiliberalismo, oscurantismo e repressivismo pur avendo ottenuto -in sede di rielezione- oltre il 62% dei consensi. Accuse di brogli provenienti dalle opposizioni e dagli altri candidati, evidentemente contribuirono ancora di più a scatenare la rabbia del movimento Verde, che appoggiava principalmente il riformista Moussavi (che prese solo il 33% su un totale di 85% di votanti), mentre l'altro candidato fu l'altrettanto riformista Karrubi.

Spiegato a grandi linee di che si tratta quando si parla del movimento iraniano dell'Onda Verde, un sostenitore di questo movimento dal suo blog -spiega Panorama.it con un articolo firmato da "Farian"- scrisse "il Brasile ha perso per cause divine, è Dio che ha punito i brasiliani per avere sostenuto le autorità iraniane"; un altro blogger scrisse che "a colpire i brasiliani è stata la maledizione degli iraniani". Un altro blogger ancora, ironicamente rivolto al ministro degli Esteri iraniano del periodo, Manucher Mottaki chiese se a causa della fuoriuscita del Brasile il ministro volesse "prendere i calciatori brasiliani e spedirli a Kahrizan (il carcere in cui almeno tre dimostranti dell'Onda Verde morirono a causa delle torture subite) per dare loro una lezione".

Lo stesso Mottaki rilasciò delle dichiarazioni al quotidiano Tehran Emruz, le quali -spiega l'articolo già citato di Panorama.it- fecero scaturire tra le altre, le affermazioni di alcuni blogger sopra riportate. Le affermazioni di Mottaki, in sostanza, tesero a dimostrare che nel Mondale 2010 vi si trovano delle significative correlazioni tra politica, diplomazia e calcio, e che USA, Francia e Inghilterra (per il Regno Unito) vennero subito eliminate poiché in quel periodo imposero sanzioni all'Iran e al suo programma nucleare.

Il Mondiale 2010 venne vinto dalla Spagna, e le big eliminate al primo turno furono Francia e Italia, mentre le nazionali eliminate agli Ottavi furono, tra le altre USA (1-2 col Ghana), Inghilterra (1-4 con la Germania), Portogallo (0-1 con la Spagna). Il Brasile venne fatto fuori ai Quarti, dai Paesi Bassi perdendo 1-2 (Robinho portò i verdeoro in vantaggio al 10', ma una doppietta di Sneijder nel secondo tempo conferì la vittoria degli arancioni). La finale fu tra Paesi Bassi e Spagna, e la competizione venne vinta dalla Spagna (grazie alla rete di Iniesta nei tempi supplementari).

Conclusioni: è possibile parlare di influenza politica per quanto concerne lo svolgimento del mondiale in Sudafrica? La risposta più appropriata -a detta di chi scrive- è che non vi sono sufficienti elementi utili per poterlo dimostrare. Se per quanto concerne l'Iran le coincidenze, come nel post di ieri viene osservato, tra andamento della diplomazia internazionale e andamento della Nazionale possono risultare significative, per il Mondiale non si capisce bene a favore di quale parte in causa si ottenne il risultato finale di vittoria della Spagna, selezione tra l'altro fortissima di suo in quegli anni.

Di questa vicenda, è utile sottolineare il fatto -che è anche la notizia base di questo post- che un politico con una certa visibilita in quanto ministro, si è esposto con delle esternazioni volte ad evidenziare dei dubbi circa il corretto svolgimento di una importante manifestazione calcistica, e che tali dubbi sarebbero il frutto di gravi questioni politiche. La replica di alcuni blogger dopo la sconfitta del Brasile è un ulteriore tassello utile a completare quella che rappresenta la notizia base.

Un'altra lettura di tutta la questione può riguardare, in modo equo tutte le nazionali chiamate in causa dalle diverse parti: USA, Francia, Inghilterra (per il Regno Unito) e Brasile. Si potrebbe ipotizzare che le tensioni interne alle nazioni cui queste selezioni rappresentano, contribuirono in qualche modo alle varie eliminazioni dalla competizione, influirono cioè sulle prestazioni delle squadre nazionali indipendentemente dalla parte chiamata in causa, e forse anche involontariamente. Tuttavia, è difficile se non impossibile rintracciare sufficienti prove utili a dimostrare quest'altra tesi sempre ammesso che porti al vero. Non vi sono insomma validi indizi per gridare al complotto: perché dunque farlo? Vista l'indisponibilità di prove, non è più gradevole pensare che la manifestazione sia stata svolta senza influenze politiche sui risultati delle partite, e che a trionfare siano invece stati principalmente agonismo, senso di competizione e sportività in senso generale?

Autore foto: Marcello Casal Jr/Abr