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domenica 28 settembre 2014

Kakhaber Kaladze, carriera calcistica e carriera politica

Kaladze ai tempi del Milan
Dopo essersi ritirato dal calcio, il georgiano Kakhaber Kaladze (ve lo ricordate?) intraprende la carriera politica aderendo al partito Sogno Georgiano-Georgia Democratica, fondato dal filorusso Bidzina Ivanishvili per concorrere alle elezioni politiche del 2012 e presidenziali del 2013.

In seguito alla vittoria del partito a cui ha aderito, Kaladze è stato eletto deputato ed anche nominato Ministro dell'Energia e delle Risorse Naturali oltre ad avere il ruolo di secondo vicepremier.

Un Kaladze che si riscopre politico, dopo aver passato tanti anni della sua gioventù a difendere (come centrale ma soprattutto come terzino) i palloni che si presentavano minacciosi nell'area della sua squadra, giocando anche piuttosto bene, toccando l'apice calcistico con la maglia del Milan.

Cresciuto nella Dinamo Tblisi, squadra con cui esordisce a livello professionistico nel 1993, nel '98 viene ingaggiato dall'ucraina Dinamo Kiev, prima di passare al Milan dal 2001 al 2010 e chiudere infine la carriera al Genoa, appendendo le scarpette al chiodo nel 2012.

Da calciatore ha vinto moltissimo, in particolar modo col Milan, squadra con cui ha conquistato anche i trofei internazionali più prestigiosi: 2 Champions League, 1 Coppa del Mondo per Club, 2 Supercoppe Europee, uno scudetto, una Coppa Italia, 1 Supercoppa Italiana. A livello individuale ha svariate volte conquistato il titolo di "Calciatore georgiano dell'anno".

A carriera conclusa, si è reinventato politico, per un ennesimo caso di contatto fra i due mondi, quello del calcio e quello della politica.

(foto autore: Мельников Александр da http://www.soccer.ru/gallery/1560 CC BY-SA 3.0)

sabato 27 settembre 2014

Romario, dal calcio alla politica. Prossimo obiettivo: sindaco di Rio de Janeiro nel 2016

Romario oggi è un parlamentare ed esponente di spicco del Partito Socialista del Brasile. Come già documentato in un precedente articolo di questo blog è stato molto attivo nel criticare lo svolgimento del Mondiale 2014 nella terra brasiliana visto che sono state fatte delle scelte politiche che hanno penalizzato la gente comune, tagliando anche servizi di base per la popolazione.

Oggi, questo blog vuol tornare a parlare di questo personaggio politico e calcistico. A livello sportivo ha dato tantissimo, facendo gol spettacolari e vincendo numerosi premi, sia individuali che di squadra.

La notizia di questo post è però un'altra, e riguarda il Romario politico: ha deciso di candidarsi come sindaco, di Rio de Janeiro per le elezioni del 2016. Ad annunciarlo lui stesso già nel mese di agosto.
Il 2016 coincide con le Olimpiadi brasiliane, ed il quotidiano brasilano 'O Globo riporta un'intervista di Romario aspirante sindaco dove afferma: "Sarò un eccellente sindaco", e ancora che la politica di oggi è marcia, giacché "Al giorno d'oggi la politica è piena di ladri, in tutti i settori".

Attualmente parlamentare, ha sviluppato col tempo una forte passione politica affermando che ormai la politica gli piace "anche più del calcio".

Romario, che è stato molto attivo in passato nel criticare la Fifa, l'istituzione della politica calcistica mondiale, si sente pronto per questa nuova sfida che lo vedrà protagonista nella prossima campagna elettorale come candidato sindaco di Rio de Janeiro.
(foto: autore zwynglio CC BY 2.0)

venerdì 26 settembre 2014

Austria Vienna e ordine pubblico

Lo stadio casalingo dell'Austria Vienna  (foto, autore: Jacktd, stitched by kaʁstn CC BY 3.0)
Dopo che il gruppo neonazista degli "Unsterblich" riuscì nel 2009 nell'impresa di interrompere per venti minuti la partita di Europa League nel gruppo L della fase a gironi tra Austria Vienna e Athletic Bilbao, venne di fatto imposto alle società austriache la responsabilità di mantenere l'ordine pubblico negli stadi.

A causa di ciò la società dell'Austria Vienna scrisse un apposito regolamento per l'accesso allo stadio casalingo, il Generali Arena. Il regolamento vieta cori offensivi e striscioni, oltre all'indossare indumenti che indicano o rimandano ad attitudini violente. Non solo: il gruppo degli Unsterblich venne diffidato dal ripresentarsi al Generali Arena e ad utilizzare simboli e colori del club dell'Austria Vienna.

Una politica della sicurezza che diede i suoi frutti, se si considera che nel 2009-2010 l'Austria Vienna partecipò alla Champions League ed ottenne per l'occasione un riconoscimento di gratitudine da parte della Uefa per il modo con cui ha risolto, almeno contenendolo, la questione dell'ordine pubblico.

Dopo la questione degli hooligans e quella del PSG, il post di oggi ha voluto prestare la propria attenzione ad un nuovo campionato, quello austriaco ed al modo con cui la questione della sicurezza è stata affrontata.

L'Austria Vienna è un club di buona tradizione in Patria, avendo vinto 24 volte il campionato, 27 volte (primato nazionale) la Coppa d'Austria e 6 volte (primato nazionale) la Supercoppa d'Austria. In ambito internazionale può vantare due Mitropa Cup conquistate nel 1933 e nel 1936.

giovedì 25 settembre 2014

Violenza negli stadi: il caso del PSG

Il Parco dei Principi, lo stadio del PSG
Il Paris Saint-Germain, al fine di isolare ed escludere i tifosi violenti si attivò significativamente nel 2010 a seguito della morte del capo ultrà Yann Lorence, 37 anni del 28 febbraio dovuta a scontri tra gli ultras parigini divisi peraltro da ideologia ed etnia. Tra le due curve dei tifosi del PSG vi è infatti un feroce odio.
L'episodio provocò un severissimo provvedimento da parte dell'allora presidente Leproux, mantenuto anche dalla successiva proprietà. Questo provvedimento venne attuato attraverso drastiche misure, in collaborazione con il Ministero degli Interni di Francia. Si tratta di misure severe come lo scioglimento dei gruppi ultras, la cancellazione immediata di migliaia di abbonamenti appartenenti a persone considerate violente, l'attribuzione nominativa dei posti mediante computer, il divieto di introdurre striscioni, e altro ancora.

Si è trattato quindi di una serie di nuove norme che a detta di molti consentirono alla principale squadra di Parigi di riportare maggiore ordine e sereno durante le partite.

Ristabilito il sereno, la società parigina ha reintrodotto gli abbonamenti, ma attraverso la collocazione casuale degli abbonati. Una misura simile può spiegarsi con l'evitare di mettere assieme nuovi gruppi di violenti.

Quello della violenza negli stadi è un problema grave che necessita di provvedimenti, e quelli adottati dal PSG sono serviti se non altro a placare i più violenti. Non è detto che la strada del PSG sia quella migliore, ciascuno è libero, se crede di contestare le misure adottate dalla società in collaborazione col governo, ma la questione è delicata e complessa. Vi sono dei Paesi europei in cui il fenomeno dei violenti è ormai qualcosa di marginale, seppur comunque presente come ad esempio in Inghilterra (come un post precedente spiega), altri paesi dove tale questione è ancora lontana dal trovare una adeguata soluzione. In Francia si cerca anche l'approccio della prevenzione del fenomeno, istituendo campagne pedagogiche nelle scuole per i bambini residenti nel Paese.

(foto attribuzione: Walveur di Wikimedia Commons CC BY-SA 3.0)

lunedì 22 settembre 2014

Nazionale olandese ai tempi di Rinus Michels

Rinus Michels
La nazionale di calcio dei Paesi Bassi guidata dall'allenatore anarchico Rinus Milches fu una gran bella nazionale, combattiva e piena di buoni giocatori. Secondo Anarchopedia, quella selezione anni settanta era figlia degli anni '60 ossia il periodo della ribellione e della contestazione. Un'era in cui vennero messe in discussione e attaccate molte regole della società capitalistico-borghese: ovvero la tradizione, l'ordine costituito, l'autorità.

Normalmente le squadre di calcio si basano su schemi rigidi, nel senso che ognuno ha un determinato ruolo gerarchico che va rispettato, e la dirigenza comanda l'allenatore che ha autorità sui calciatori, e i calciatori si adeguono, sicché i difensori difendono, gli attaccanti attaccano, e così via. Con l'arrivo di Rinus Michels nella nazionale arancione, molti schemi classici vennero rivisti, offrendo un modo innovativo di concepire il gioco del calcio.

Rinus Michels iniziò a portare le sue idee alla guida dell'Ajax (3 scudetti dall '66 al '68 e due finali di Coppa dei Campioni di cui una vinta nel '71). Per il sito di Anarchopedia è proprio con la nazionale olandese che l'anarchia entrerà prepotentemente nel mondo del calcio.

Michels lasciò ai giocatori la libertà di andare in ritiro con moglie e figli, senza repressioni di alcun genere, piena autonomia, libertà di autogestirsi, fumare, bere, dedicarsi a ciò che più si desiderava: i calciatori insomma non dovevano reprimere la loro personalità.

In campo viene praticato il così detto "Calcio Totale", una rivoluzione radicale, laddove i ruoli non sono da concepire come rigidi e schematici, ma necessitano di interpretazioni fantasiose da parte dei calciatori: i due terzini e le ali si scambiano di frequente i ruoli, i centrocampisti si alternano sia nella fase difensiva che in quella offensiva, gli attaccanti (come Neeskens e Crujiff) tentano di segnare in tutti i modi possibili, sulla base della loro creatività. Inoltre, il portiere Jonglobed in quella squadra sfrutto molto il gioco con i piedi, e uscì con discreta frequenza fuori dalla sua area; Johan Cruijff il più forte attaccante olandese si muoveva a tutto campo a seconda delle necessità e dello sviluppo dell'azione di gioco, difatti l'appellativo di attaccante per lui fu solo una nomina ufficiale, giacché si muoveva ovunque.

Insomma il Calcio Totale di Michels per Anarchopedia è anarchia. Per "anarchia" non si intende il non rispetto delle regole, ma la condivisione di queste regole senza quell'autorità che impone una gerarchizzazione discriminatoria della società.

Michels vinse qualche importante trofeo a livello di club, ma con gli arancioni poco. Questo vale la pena indicarlo così come fa lo stesso sito più volte citato, eppure campioni del genere, secondo il sito dell'enciclopedia anarchica in una selezione nazionale di un paese in fondo piccolo, forse non sarebbero affatto nati senza gli schemi nuovi e libertari del Ct Michels.

Lo stesso Michels, venne riconosciuto nel 1999 dalla Fifa come "Allenatore del secolo".

Ovviamente l'associazione dell'anarchia a questa nazionale è soggettiva (e forse qualcuno può anche non trovarsi d'accordo), eppure Anarchopedia effettivamente svela tante analogie tra questa ideologia e i metodi del Ct Michels dentro e fuori il rettangolo verde.

Il caso appena esposto può essere considerato un esempio di relazione fra calcio e politica dal punto di vista meramente ideologico.

Infine, va sottolineato che Michels ha vinto anche all'estero, ottenendo un campionato spagnolo e una Coppa di Spagna col Barcelona negli anni settanta e una Coppa di Germania con il Colonia negli anni ottanta.

Anche con la nazionale olandese ha vinto un trofeo: l'Europeo del 1988. A livello individuale, oltre all'allenatore del secolo del '99 prima citato, ha vinto anche la Uefa Lifetime Award 2002 e, nel 2004, il titolo di "Miglior allenatore in 50 anni di calcio professionistico in Olanda".

(foto: Bogaerts, Rob / Anefo CC-BY-SA-3.0-nl)

sabato 20 settembre 2014

Aparheid e sport in Sudafrica

Sudafrica contro Messico, Mondiale 2010
Per quale ragione, normalmente le nazioni povere non sono forti nello sport? Lo spiegano in un loro libro Simon Kuper e Stefan Szymanski, dal titolo Calcionomica. Meraviglie, segreti e stranezze del calcio mondiale: perché in quei paesi poveri la maggior parte delle persone non ha denaro a sufficienza per permettersi le cure mediche adeguate e un'alimentazione corretta, e quindi queste persone crescono poco alte e fisicamente minute.
La maggior parte dei paesi africani, ad esempio non compete in numerosi sport, calcio e corsa a parte.

Il Sudafrica è un paese che qualche successo lo ha ottenuto nel corso della sua storia, ma ciò è dovuto ad un gruppo etnico che costiutisce solo il 10% (4,3 milioni su 48 milioni) degli abitanti del paese: i bianchi. I bianchi sudafricani se la cavano bene in molti sport di squadra, eppure nel calcio sono pochi, e ciò comporta tra le altre cose che la nazionale sudafricana non ottiene risultati significativi.

Steven Pienaar, centrocampista sudafricano dell'Everton ha la struttura fisica di un bambino, ed è difficile incontrare qualche altro calciatore che in Europa è gracile quanto lui.

Uno dei motivi per cui nel calcio il Sudafrica non eccelle è perché la maggior parte di loro è cresciuta senza avere abbastanza cibo. L'apartheid che si basa sull'ideologia della diversità fra "razze" finì col creare un Sudafrica bianco, un Sudafrica nero, uno "coloured" ed uno indiano: come se si trattasse di popoli differenti tra loro.

I bianchi sudafricani sono fisicamente messi meglio rispetto ai neri, e per questa ragione non c'è da meravigliarsi di come il calcio sudafricano non ottenga risultati che si avvicinino almeno un po' a quelli di cricket e rugby della stessa nazione: se la selezione nazionale di calcio è composta per lo più da giocatori di colore, le altre due squadre appena menzionate sono formate per lo più da bianchi.

La tenuta fisica è sicuramente importante nello sport. Poi magari vi sono anche altre cause per cui il Sudafrica non eccelle nel calcio, ma la tesi per cui l'apartheid che ha diviso le varie etnie sudafricane abbia in qualche modo contribuito ad avere un calcio di livello non eccelso in questo paese dell'Africa, può anche a detta di chi scrive essere presa per buona.

La politica dell'aparheid era la politica di segregazione razziale istituita dal governo di etnia bianca del Sudafrica, e rimasta attiva fino al 1993. Questa politica di discrimazione razziale fu dichiarata crimine internazionale da una convenzione delle Nazioni Unite votata nel 1973 ed entrata in vigore nel 1976, ed in seguito venne inserito nella lista dei crimini contro l'umanità.

L'apartheid divenne un sistema legislativo compiuto nel 1948, ed includeva la separazione di bianchi e neri nelle zone abitate da entrambi, per esempio riguardante l'uso delle strutture pubbliche (quindi ospedali) e mezzi pubblici. L'aparheid includeva anche l'introduzione dei bantustan, territori semi-indipendenti dove molti neri si trasferirono con costrizione. Questi ghetti privavano i sudafricani che vi risiedevano della cittadinanza e dei diritti ivi connessi.

L'apartheid fu quindi una politica della separazione tra razze, e fra le altre cose proibiva i matrimoni interraziali, ed imponeva ai cittadini di essere registrati in base alle loro caratteristiche razziali. Vi erano inoltre delle leggi che rendevano difficile ai neri l'accesso all'istruzione. Ma c'e dell'altro: i negozi dovevano servire prima tutti i clienti bianchi, e solo in seguito i neri, ed i neri potevano frequentare i quartieri dei bianchi solo con degli speciali passaporti.

(foto CC BY 2.0 autore: Celso FLORES from Paris, Fr)

venerdì 19 settembre 2014

L'Anarchist Soccer League

Nel 2000 negli Stati Uniti d'America venne fondata una lega calcistica di stampo anarchico e rivoluzionario: l'Asl, ossia Anarchist Soccer League.

Questa lega sin dalla nascita si pose quale scopo principale di sottrarre il gioco del calcio alle influenze del capitalismo, di staccare la forte componente economica che influenza il gioco, in favore del semplice sport, nella sua forma più naturale, quella cioè del gioco. Anche se con qualche regola un po' diversa.

L'Asl si costituì infatti nel più ampio Anarchist Soccer, un progetto volto a favorire il calcio come punto di incontro fra persone. Si tratta di uno sport con qualche regola un po' diversa dal calcio "vero", giacché il regolamento si basa sul rispetto reciproco e l'amicizia.

Un modo per valorizzare il calcio in una forma pro-positiva, enfatizzandone l'aspetto di socializzazione che possiede.

Una delle squadre più vincenti di questa lega è il Kronstadt FC, così chiamata perché fa riferimento a dei marinai rivoluzionari che nel 1921 si ribellarono al potere del governo bolscevico russo.

I tornei di questa lega si  basano sull'Anarchist Soccer. Chiaramente lo scopo che si prefegge il progetto ha una matrice oltre che di natura politica (per la chiara avversione al capitalismo), anche di tipo sociale.

Forse esperimenti come questi possono servire a riflettere sul fatto che il calcio, per quanto spettacolare e per quanto seguito e per questo sfruttato sia politicamente che economicamente (pay tv, sponsor), in fondo è soprattutto un gioco, di squadra, e proprio per questo un valido strumento per stare insieme, cooperare, socializzare e migliorare le relazioni fra persone.

martedì 16 settembre 2014

Gli scappellotti di Dragovic

Dragovic con l'Austria Vienna (foto Steindy) 
Un caso nuovo e inedito per questo Blog fra i vari esempi di possibili tipi di contatto tra calcio e politica, due mondi così diversi eppure in diversi casi così vicini, arriva dalla Svizzera.

Nel maggio 2006 il difensore del Basilea Aleksandar Dragovic ha dovuto fare delle formali scuse al ministro della Difesa e dello Sport Ueli Maurer dopo la finale di Coppa Svizzera. durante la premiazione: gli aveva dato tre scappellotti...
Ueli Maurer (foto Bundeskanzlei)

Un caso di relazione fra calcio e politica in cui calcio e politica in senso stretto c'entrano poco. Qui il caso è centrato su due figure, un politico e un calciatore che sono stati protagonisti di una vicenda né calcistica né politica. Quindi, il contatto tra i due mondi avviene solamente attraverso degli esponenti di quel mondo, attraverso un gesto di umiliazione fatto da un calciatore a un politico.

Si tratta di un caso che vede il mondo del calcio umiliare la politica? La vicenda può avere diverse chiavi interpretative, ma fatto sta che il calciatore si è poi dovuto scusare.

Il ministro, a dire il vero non ci aveva prestato tanta attenzione, ma dopo una settimana dall'accaduto il giocatore ha affermato davanti ai suoi tifosi: "Questo Ueli Maurer, o come si chiama, potrei scusarmi con lui, ma in realtà faccio molta fatica a scusarmi. Tutti sanno che è stato molto, ma molto divertente".

Queste parole hanno scatenato un putiferio in ambito mediatico e politico, al punto che Dragovic si è dovuto recare a Berna per scusarsi di persona.

Il Ministro dal canto suo ha accettato le scuse, auspicando che cose del genere non si ripetano più. In tale occasione il Ministo ha poi colto l'occasione per congratularsi col Basilea, campione svizzero in quell'anno (2012) nonché vincitore della Coppa di Svizzera.

Dragovic è un difensore di origine serba con passaporto austriaco. Cresciuto calcisticamente nell'Austria Vienna, dopo aver militato nel Basilea attualmente è alla Dinamo Kiev.

Il Basilea è una delle squadre più rappresentative della Svizzera calcistica. Anche se stasera ha perso pesantemente contro il Real Madrid in Champions League (1-5), si tratta di un club ancora molto forte in patria, e tra l'altro disputare la massima competizione europea in un paese non particolarmente felice per il calcio, è già tantissimo.


lunedì 15 settembre 2014

Calcio tedesco: la svolta anni ottanta del St. Pauli

Il logo dei tifosi
Nella metà degli anni ottanta la squadra del St. Pauli (ragione sociale F.C. St. Pauli von 1910) si rese protagonista di una svolta che le fece cambiare immagine, e acquisire numerosi nuovi tifosi nonostante i risultati sportivi non brillanti. Divenne un fenomeno cult.

Il cambio d'immagine fruttò tantissimo a questo club di Amburgo fondato nel 1910. La tifoseria della squadra di calcio adottò come simbolo un teschio con le ossa incrociate,  la società cambiò la sede delle gare casalinghe spostandosi nello stadio del quartiere di Amburgo a luci rosse, nella zona del porto. Si trattò di una rinnovata immagine trasgressiva, anticonformista ma anche legata alla sinistra radicale e antifascista, e non a caso il club bandì l'ingresso nel proprio stadio a tifosi di estrema destra.

Le scelte che la società fece portarono la sezione calcio di questa società polisportiva con sede nel quartiere St. Pauli, ad avere un seguito di tifosi che se nel 1981 si aggirava intorno ai 1600, divennero ben 20000 a fine anni novanta.

Si tratta di un caso di identificazione politica che in qualche modo aiutò l'immagine e l'identità di una squadra di calcio.

La tifoseria pertanto è esplicitamente legata a socialismo, comunismo, anarchismo e antifascismo. Società e tifosi insieme promuovono anche iniziative comuni contro il razzismo. Inoltre il club tende a presentarsi come un sodalizio che per sua natura è contro tutto ciò che è il "sistema".


(foto: autore VEO15; CC BY-SA 4.0  )

sabato 13 settembre 2014

Quando la politica ostacola il calcio - Parte 4: il rifiuto dell'URSS di giocare a Santiago

Stadio Nazionale di Santiago
Nel 1973 l'Urss a novembre rifiutò di affrontare il Cile a Santiago nello spareggio utile a qualificarsi alla Coppa del Mondo.

Lo Stadio Nazionale di Santiago, dove la partita doveva svolgersi era stato fino a poche settimane prima un vero e proprio campo di concentramento. La partita durò 2 minuti, il tempo per il Cile di segnare un gol contro... nessuno!! Il tutto dinnanzi a circa 20mila spettatori straniati.
A causa di ciò la Fifa assegnò la vittoria a tavolino del Cile per 2-0, sicché i cileni si qualificarono al Mondiale 1972.

L'andata del confronto si giocò regolarmente a Mosca, ma per il ritorno l'Urss presentò un reclamo per evitare di giocare a Santiago in quello stadio usato come campo di concentramento. Il reclamo non venne accolto, e a passare il turno fu dunque il Cile.

Una storia che s'intreccia necessariamente con la politica in quanto il Cile di quel periodo non se la passava bene, a causa della situazione che quel paese stava vivendo per colpa del suo nuovo presidente. L'Urss si rifiutò di giocare a Santiago proprio a causa del dittatore cileno e di quello Stadio Nazionale (non che l'Urss fosse però una democrazia, vale la pena ribadirlo in questo caso).

Augusto Pinochet, con il suo colpo di stato militare si autonominò presidente, trasformando il Cile in un paese fortemente dittatoriale. Governò il paese dall'11 settembre 1973 all'11 marzo 1990 e si rese responsabile di crimini contro l'umanità.

In quel Mondiale del 1974 giocato in Germania Ovest, la nazionale cilena non andò oltre il primo turno, ottenendo due pareggi (1-1 vs. Germania Est e 0-0 vs. Australia) e una sconfitta contro i tedeschi occidentali per 1-0.

mercoledì 10 settembre 2014

Barcelona-Real Madrid: perché tanta rivalità tra i club e le tifoserie?

El Clasico è una sfida di portata internazionale, uno dei match più attesi e seguiti da tutto il mondo. Si tratta di un incontro che vede contrapporsi due mondi diversi, all'interno dello stesso stato.

Come mai esiste così tanta rivalità tra i blancos e i blaugrana?

La rivalità e le differenze tra le due squadre hanno una storia lontana, risalente a molto prima che i due club nascessero. Barcelona e Real Madrid sono espressione da una parte di indipendentismo, dall'altra di fedeltà alla corona.

La Castiglia con capoluogo Madrid (ovviamente anche capitale della Spagna), e la Catalogna con capoluogo Barcelona esprimono delle tensioni risalenti all'epoca medievale. Il calcio diventa quindi un veicolo di espressione politica che riguarda delle questioni ben più antiche.

Ai tempi del franchismo, la dittatura del fascista Franco, i tifosi del Barça in genere accusano i madridisti di essere stati favoriti dal regime dittatoriale; a loro volta i madridisti rispondono che in verità è l'Atletico Madrid ad aver beneficiato di particolari privilegi: prima della proclamazione di Franco militava in Seconda Divisione, poi la stagione successiva vinse la Liga; non solo: i sostenitori del Real Madrid tengono a rammentare ai catalani che nel periodo della dittatura (1939-1975) sono i blaugrana a vincere più titoli (64 a 62). In più nel 1940 Enric Pineyro, collaboratore di Franco, divenne presidente del Barça, mentre il presidente del Real, Rafael Sanchez Guerra (repubblicano) fu imprigionato e torturato, e gli uomini del dittatore assassinarono anche un vicepresidente e tesoriere del Real e un presidente ad interim scomparve. E ancora, durante la presidenza di Santiago Bernabeu al Real, quest'ultimo si pose contro il governo franchista, anche, nello specifico, per dei fatti che accaddero dopo una partita del Real del tempo.

Conclusa la dittatura, la rivalità politica sembra essersi acuita in favore di una maggiore rivalità prettamente calcistica. Tuttavia, negli ultimi tempi gli indipendentisti catalani -complice anche il particolare periodo di crisi che vive la Spagna- stanno facendo sentire forte la loro voce, e spesso questa rivalità con il centralismo di Madrid trova come mezzo di sfida anche il calcio, con appunto la partita tra Barcelona e Real Madrid.

El Clasico è un match storico, che pone di fronte le due squadre più titolate della Spagna, e molto probabilmente le due compagini spagnole con più tifosi sia in patria che all'estero. Il confronto è stato giocato, ad oggi, complessivamente per 260 volte tra Liga, Coppa di Spagna, Champions League, Supercoppa di Spagna, amichevoli, eccetera: le vittorie del Real ammontano a 95, quelle dei blaugrana sono 107, e di conseguenza i pareggi sono complessivamente 58. In totale, le reti madridiste sono 425, quelle catalane 452. L'ultima sfida si è giocata nella finale di Coppa di Spagna, e ad aggiudicarsi la competizione sul neutro di Valencia fu il Real Madrid che vinse per 2 reti ad una

(foto cc-by-sa-2.0 autore: Alejandro Ramos)

lunedì 8 settembre 2014

Politica e calcio nel Kashmir

Il noto pedagogista Agha Ashraf Ali, appasionato di calcio e pedagogista, affermò che il calcio ha sempre rappresentato un fronte per il movimento di liberazione in Kashmir.

Ai tempi dell'Impero britannico il Kashmir era governato dalla famiglia reale indù dei Dogra. Quando il Friends Club, una squadra locale kashmira sconfisse la formazione della polizia reale, il pubblico acclamò gli atleti locali, irridendo i giocatori del re, i quali rimasero arrabbiati per la sconfitta, ma in modo così forte che quando i vetturini li riaccompagnarono nella zona in cui stazionava la polizia, non soltanto non pagarono i vetturini, ma li picchiarono. Così questi ultimi tornarono a casa senza soldi, con percosse, e sanguinanti.

In seguito all'accaduto, quando lo venne a sapere lo sceicco Mohammad Abdullah -colui che in seguito guidò una rivolta contro i reali diventando il primo ministro del Kashmir- insieme a poche altre persone si armò di mazze da hockey e attaccò un gruppo di soldati reali.

L'episodio appena descritto deriva dalle parole del pedagogista Agha Ashraf Ali (tratte da un articolo di mondocalciomagazine.it) a cui si è già accennato.

In generale, non è la prima volta che il calcio genera violenza, non lo è nemmeno per questioni politiche. Il pallone in quanto tale però non c'entra, il calcio va di per se tenuto distante dagli episodi di violenza appena descritti, che sono scaturiti solo indirettamente dallo sport. Perché se qualcuno non è in grado di accettare la sconfitta (risultando poco "sportivo"), la colpa di conseguenti episodi di violenza non la si può attribuire alla partita in quanto tale.

In realtà, come è facile intuire, i reali ai tempi dell'Impero britannico erano veramente malvisti. Da qui il motivo della derisione del pubblico, entusiasta di aver battuto gli uomini del re.

Il Kashmir è una regione dell'India che venne dominata dalla dinastia dei Dogra fino al 1947.
Il calcio fu introdotto in Kashmir da Tyndale Biscoe, missionario britannico fondatore della scuola Biscoe a Srinagar nel 1891, e pian piano divenne vieppiù sport popolare.

Oggi la regione è rivendicata da tre diversi stati che la amministrano: India, Cina e Pakistan, e la situazione interna è pertanto molto complessa. La rivendicazione di questo territorio è uno dei motivi di conflitto tra India e Pakistan e d il calcio locale non ha una lunga tradizione in questo territorio, visti anche gli episodi bellici caratterizzanti il luogo.

In periodo di maggiore tranquillità il calcio torna ad essere seguito, assumendo anche contorni politici. Quando la squadra del Kashmir (il più settentrionale degli stati dell'India) sconfisse il Delhi nel Santosh Trophy uno striscione recitava: "il Kashmir batte l'India", evidentemente volto a sottolineare un'ideologia indipendentista. Tra l'altro la "fetta" di Kashmir indiana è ufficialmente conosciuta col nome di Jammu e Kashmir, ed il trofeo di cui prima è una competizione a carattere annuale che si svolge in India.

(attribuzione foto: VlSimpson CC BY-SA 3.0)

domenica 7 settembre 2014

Arabia Saudita, donne e calcio

 Finale di Coppa d'Asia 1984: i sauditi contro la Cina vinceranno 2-0
In Arabia Saudita la condizione di libertà delle donne è fra le più basse al mondo, e nell'indice sulla differenza di diritti tra i generi si colloca al 127° posto su 136 paesi. Nel mese di aprile 2014 una donna venne condannata a 150 frustate e 8 mesi di carcere solo perché aveva guidato un'automobile!

Diverse donne saudite guidarono l'automobile a partire dal giugno 2013, allorquando venne lanciata la campagna #womentodrive che incitava le donne a infrangere il divieto e a mettersi alla guida.

Il problema delle donne, però non riguarda solo la guida delle automobili: la donna saudita dipende in tutto e per tutto dall'uomo giacché è sottoposta a severe regole e a tantissimi divieti. Infatti non può uscire, lavorare, andare dal medico senza il consenso del guardiano, ossia uno tra il padre, il marito e il fratello.

Qualche piccolissimo passo in avanti verso l'ottenimento di qualche libertà (ma si parla di un margine di emancipazione comunque molto risicato) lo si sta ottenendo negli ultimi anni, visto che finalmente le donne possono prendere un taxi da sole, possono andare in qualche palestra, e dal 2020 potranno finalmente ottenere una carta d'identità.

Da quando re Abdullah nel 2005 salì al potere le donne assunsero un maggiore ruolo nella vita pubblica, per esempio nel 2009 Norah al-Faiz divenne la viceministro dell'Educazione e nel 2013 30 donne trovarono posto nella Shura, organo consultivo di 150 membri direttamente nominati dal sovrano. Inoltre, dal 2014 per la prima volta le donne hanno ottenuto il diritto di voto (per le elezioni comunali) e sempre dal 2014 finalmente è entrata in vigore la legge che punisce la violenza domestica.

Proprio come per altri paesi islamici, inoltre, alle donne è tradizionalmente fatto severo divieto di accedere alle manifestazioni calcistiche e sportive in genere, eppure qualche piccolo segnale utile a farci dire che qualcosa anche da quel punto di vista si sta lentamente muovendo c'è.

Nel 2013 Ahmed El Harbi, il presidente della Lega Calcio Saudita affermò che presto le donne avranno accesso agli stadi. Vedremo se quel che ha affermato si avvererà, ma sta di fatto che secondo alcune fonti non è la federazione a decidere per l'accesso, la cui decisione spetta alle autorità.

Ciò detto, va sottolineato comunque che l'Arabia Saudita ospiterà la fase finale di Coppa d'Asia nel 2019 e che in base alle regole della Federazione asiatica, devono essere previsti spazi per le donne in tribuna. A questo va aggiunto che il Comitato olimpico internazionale ha acconsentito che le donne saudite prendano parte agli organismi di tale comitato nel rispetto dell'abbigliamento islamico.

sabato 6 settembre 2014

2012: il "derby dello spread"

Varsavia, 16 giugno 2012
Il 16 giugno del 2012 accaddero due fatti importanti per gli ellenici: la Grecia batté la Russia contro ogni pronostico, accedendo ai quarti di finale di Euro 2012 (giocato in Polonia e Ucraina); il partito greco di Nea Dimokratia del leader Antonis Samoras vinse le elezioni davanti ad un pronostico anche qui non scontato: infatti ottenne il 29,5% rispetto al 27% ottenuto da Syriza, il partito di sinistra di Alexis Tsipras che si dichiarò -e continua a dichiararsi- decisamente contrario alle politiche di austerità imposte dalla Germania.

Le tensioni tra la Grecia e la Germania per via della forte crisi che colpì lo stato ellenico furono elevatissime, il clima anti-europeista che si respirò in Grecia in quel periodo spaventava coloro i quali si dichiaravano convinti europeisti. Gli ellenici accusarono (e continuano ad accusare) la cancelliera tedesca capo del governo Angela Merkel di essere la principale responsabile della forte crisi, delle politiche di austerità e della povertà regnante in Grecia.

Così la vittoria del partito pro-europeista scongiurò un'eventuale uscita della Grecia dall'Euro. Non solo: ai quarti di finale la Grecia si ritrovò di fronte nientemeno che... la Germania! Si, proprio quella tanto odiata nazione.

Quella partita venne soprannominata il Derby dello Spread. Giocata il 22 giugno, vide imporsi la Germania per 4 reti (39' Lahm, 61' Khedira, 68' Klose, 74' Reus) a 2 (55' Samaras, 89' Salpingidis su calcio di rigore). Quindi la tanto voluta "rivincita" non vi fu. Poi, come finì l'Europeo è storia nota: l'Italia sconfisse la Germania, ma venne battuta a sua volta, pesantemente in finale dalla Spagna.

Un aspetto che si evince da questa storia, è che il calcio in tale frangente per tanti ha rappresentato un modo per poter "prendersi la rivincita" contro una nazione odiata, ritenuta dagli ellenici responsabile di molte disgrazie. Il calcio che si commistiona, per l'ennesima volta, alla politica.

(foto: Graeme Maclean da Wikimedia Commons)

mercoledì 3 settembre 2014

Quando la politica ostacola il calcio - Parte 3: 1968-69, l'Europa comunista si ritira dalle coppe

La Cecoslovacchia: le sue regioni e i suoi confini
Nelle coppe europee, per motivi politici accadde qualcosa di singolare: alla vigilia della stagione 1968-69 tante squadre dell'Est decisero di non partecipare alle manifestazioni.

Ciò derivò dal fatto che il blocco orientale era filosovietico, sicché la scelta aveva un significato chiaramente di natura ostile verso i paesi dell'Ovest.

In quel periodo, uno dei motivi di questa scelta fu sicuramente l'invasione della Cecoslovacchia da parte dell'Unione Sovietica, che diede origine ad anni di tensioni tra il mondo orientale con quello occidentale.

In Coppa dei Campioni, quell'anno vi giocarono 27 squadre. A causa di fatti legati alla Primavera di Praga, come detto si ritirarono alla vigilia diversi club: la Dinamo Kiev, il Ferencvaros, il Levski Sofia, il Ruch Chorzow ed il Carl Zeiss Jena.

A vincere la competizione fu il Milan, che sconfisse l'Ajax per 4 reti a 1 (tripletta di Pierino Prati e un gol di Sormani per il Milan, e rete di consolazione di Vasovic per gli olandesi).

In Coppa delle Coppe, per la solita ragione politica della Primavera di Praga, rinunciarono a partecipare alla competizione le seguenti squadre: Dynamo Mosca, Gyori, Spartak Sofia, Gornik Zabrze, Union Berlin (quest'ultima appartentente alla Germania Est), ed a vincere in finale fu lo Slovan Bratislava che sconfisse il Barcelona(!) per 3 a 2.

In casi come quelli appena descritti la relazione calcio-politica è veramente significativa, in quanto si tratta di un ennesimo fenomeno di politica che ostacola il regolare svolgimento di importanti manifestazioni. Il tutto, si diceva per i fatti legati alla Primavera di Praga. Ma di cosa si trattò esattamente?

La Primavera di Praga, iniziata il 5 gennaio 1968 con il riformista slovacco Alexander Dubcek salito al potere, fu un processo di liberalizzazione politica avvenuto in Cecoslovacchia, volto ad ottenere maggiore autonomia dall'Unione Sovietica. Le riforme della Primavera di Praga furono dunque un tentativo di concedere più diritti ai cittadini cecoslovacchi, e questo processo andò avanti sino al 20 agosto del '68, quando cioè l'URSS e i suoi stati alleati del Patto di Varsavia -tranne la Romania- invasero il territorio.

L'occupazione sovietica in terra cecoslovacca durò fino al 1990, poi in seguito vi fu la famosa caduta del Muro di Berlino, la fine della guerra fredda tra Est e Ovest e la scissione dello Stato in due distinte repubbliche: la Slovacchia e la Repubblica Ceca (anche identificata con il meno comunemente utilizzato "Cechia").

martedì 2 settembre 2014

Quando la politica ostacola il calcio - Parte 2: 1959, il rifiuto della Spagna franchista a giocare contro l'Urss

Il Parco dei Principi, l'impianto in cui l'Urss si aggiudicò il primo campionato Europeo  
Correva l'anno 1959: la nazionale calcistica della Spagna, quella di Luisito Suarez e Alfredo Di Stefano fu ad un passo dal qualificarsi alla fase finale della prima edizione del campionato europeo.

Al momento del sorteggio, risultò che la Spagna allora governata dal dittatore fascista Francisco Franco, avrebbe dovuto calcisticamente disputare due partite -di andata e ritorno- contro la nazione simbolo del comunismo nel mondo: quella tanto mal vista Unione Sovietica. Le gare erano valide per i Quarti di finale utili all'accesso alla fase finale. Il dittatore però impedì alla squadra iberica di giocare, e dunque le negò automaticamente l'accesso al torneo europeo del 1960.

A qualificarsi fu dunque l'Urss, che nella fase finale giocata in Francia sconfisse 3-0 la Cecoslovacchia, e nella finale al Parco dei Principi di Parigi, il 10 luglio, davanti a 17.966 spettatori paganti, grazie alle reti di Metreveli al 49' che realizzò l'1-1 e di Ponedel'nik nei tempi supplementari, batté la Jugoslavia per 2 a 1.

La manifestazione e la coppa furono dunque vinte dall'Unione Sovietica, la quale si risparmiò ben due partite -tra andata e ritorno- contro la pur fortissima Spagna dell'epoca. Una situazione in cui la politica ha avuto un ruolo forse decisivo nel determinare la vittoria di una squadra di calcio: cosa sarebbe accaduto se il doppio confronto si fosse disputato non lo sapremo mai.

Tuttavia la Spagna seppe prendersi la rivincita quattro anni più tardi, alla seconda edizione dell'evento: nell'Europeo del 1964, giocato proprio in Spagna, sconfiggendo in finale proprio i sovietici, per 2 a 1.

(autore foto Parco dei Principi: Stanmar )

venerdì 29 agosto 2014

I "Matagigantes" di Vallecas

Stadio di Vallecas, un tempo noto come Stadio "Teresa Rivera"
Molti dei tifosi del Rayo Vallecano si definiscono comunisti oppure anarchici. Provengono da Vallecas, quartiere povero di Madrid, e seguono la propria squadra nel piccolo stadio di quartiere un tempo dedicato a Teresa Rivero, la madre-padrona del Rayo (prima presidente donna nella storia della Liga) aveva 13 figli, 36 nipoti e un marito curiosamente legato all'estrema destra, in un quartiere prettamente operaio.

Così operaio che la terza squadra della città di Madrid (dopo Real e Atletico) adotta come simbolo un'ape operaia, proprio a voler sottolineare l'origine proletaria, popolare e operaia della zona della città che rappresenta.

Il gruppo di musica ska, gli Ska-P, noti per le loro posizioni anarchiche, si sono formati musicalmente proprio nel quartiere di Vallecas, ed al Rayo dedicano una canzone, in cui vi è una strofa che recita: "Somos los hinchas mas anarquistas, los mas borrachos, los mas antifascistas. Nuestro rayito revolucionario. Todos los fachas ¡¡fuera de mi barrio!!", ed è un inno in quanto tifosi al fatto di essere anarchici, i più ubriachi (borrachos), e antifascisti, gridando infine "Tutti i fascisti fuori dal mio quartiere". Una identificazione calcistica e territoriale che riflette dunque anche una forte commistione calcistico-politica.

Il Rayo Vallecano nella sua storia non ha vinto molto, anche se in qualche anno ha militato nella massima serie spagnola. Nel suo palmarés risulta la Coppa di Lega di Seconda Divisione del 1986, 2 campionati di Seconda Divisione B (terza serie spagnola) e 2 di Terza Divisione (quarto livello). Tra le soddisfazioni, la qualificazione in Coppa Uefa anche grazie alla vittoria all'ultima giornata contro nientemeno che il Barcellona al Camp Nou per 2 reti a zero.

I giocatori del club sono storicamente appellati con il soprannome di "Matagigantes", ossia "ammazzagrandi" perché soliti a infastidire le big del calcio spagnolo, fra cui anche il Real Madrid negli anni novanta, quando nel Rayo giocavano Hugo Sanchez e Toni Polster.

Attualmente la squadra milita nella Liga, la prima divisione spagnola. Lo scorso anno si è piazzato al 12° posto in classifica.

Autore foto: Lokomotive74

giovedì 28 agosto 2014

Egitto tra calcio e politica

Bandiera Al Alhi
1° Febbraio 2012, in terra egiziana si gioca una partita tra Al Masri e Al Alhy. A fine gara, vinta dagli ospiti, cioè l'Al-Alhy scoppia una forte violenza. In tale occasione, accorsa dopo quasi un anno dalla caduta di Hosni Mubarak (presidente dal 1981 al 2011), persero la vita 74 persone.

Malgrado vari processi e condanne, mai fu fatta chiarezza del tutto rispetto all'accaduto, ma in ogni caso sono in molti a sostenere che dietro questo così detto Massacro di Port Said vi sia una vendetta, una ripicca contro gli ultras dell'Al-Alhi, la squadra simbolo del Cairo. Infatti questi ultras secondo molti vennero puniti dal servizio di sicurezza dello stadio e dalle forze dell'ordine locali per il ruolo svolto dai tifosi della squadra durante i giorni della Primavera Araba e di Piazza Tahrir. A punirli dunque, secondo molti, sarebbero stati gli ex partigiani di Mubarak.

La Primavera Araba in Egitto iniziò a gennaio 2011 e vide scontri e manifestazioni lungo l'Egitto così accese da dare ragione ai ribelli, i quali invocavano la liberazione dei prigionieri politici, la libertà d'informazione e la rivolta contro corruzione e privilegi dei potenti. L'11 febbraio Mubarak si dimise ed il Paese venne lasciato nelle mani di una giunta militare, in attesa di una costituzione e di nuove elezioni presidenziali.

Piazza Tahir, nel 2011 è stato il principale luogo di protesta contro Mubarak, e a protestare furono in tantissimi, un milione secondo Al Jazeera (il 1° febbraio 2011), ed alla fine raggiunsero il proprio scopo.

In Egitto gli ultras dell'Al Alhy gicarono un ruolo fondamentale nell'orchestrare i disordini di Piazza Tahrir contro Mubarak: infatti il club è non a caso l'espressione dell'Egitto popolare nonché talvolta nazionalista. Viceversa vi è il Zamalek, definito "club misto" la cui squadra ha sempre accettato sia giocatori stranieri che egiziani, diventando nel corso del tempo la squadra dei generali, dei membri dell'Esercito, e degli egiziani più ricchi. Anche per questo motivo, ad esempio si spiega la grande rivalità tra le tifoserie di questa squadra e dell'Al Alhy, che nel 1971 sfociò in violenza inaudita lungo le strade per giorni e giorni a causa di un episodio arbitrale controverso che fece sospendere la gara. A placare gli animi allora vi fu il calciatore Saleh Selim dell'Al Alhy che riconobbe pubblicamente la correttezza della decisione arbitrale.

La politica, quando si commistiona al calcio, può arrivare anche a questo.  Altre volte invece, come dimostra la strage dello stadio di Port Said il calcio c'entra solo nei suoi aspetti extra sportivi, nel suo essere un evento seguito dai tifosi i quali sono schierati politicamente. Insomma: le possibili combinazioni tra calcio e politica sono variabili, e come raccontato nel post di ieri a proposito dell'attacco ai giocatori israeliani da parte di un pubblico pro palestinese, spesso viene sfruttato l'evento calcistico per la sua capacità di chiamare a raccolta persone appartenenti ad una specifica etnia o appartenenti ad una specifica ideologia politica (calciatori inclusi, come il post di ieri ha dimostrato) per scopi -purtroppo- di natura bellicosa.

Autore foto: Zo3a da Wikimedia Commons

mercoledì 27 agosto 2014

Luglio 2014: sospesa la gara del Maccabi e aggrediti i giocatori

Una gara del Maccabi (vs Bayern Monaco)
Quando il calcio diventa strumento per sfoghi di matrice ideologica, sulla base di questioni politiche, allora può accadere veramente di tutto.

Questa estate, la squadra israeliana Maccabi Haifa giocava contro la francese Lille, in Austria. La gara è stata interrotta e sospesa dopo che un gruppo di pro palestinesi ha invaso il campo. Si tratta di spettatori di origine turca, che avevano bandiere palestinesi che hanno attaccato fisicamente i giocatori, i quali si sono difesi e non hanno riportato ferite.

"Non è accaduto per motivi sportivi, ma perché rappresentiamo Israele. Noi siamo contro la violenza, crediamo nella convivenza e nella tolleranza".

Questi atteggiamenti, che riflettono le tensioni tra israeliani e palestinesi, nascondono certe volte un alone di antisemitismo, sparso per l'Europa. Episodi contro gli ebrei, sia verbali (slogan nazisti) che "concreti" (negozi bruciati perché gestiti da Ebrei), come riporta un articolo di dagospia.com sono accaduti di recente, e quindi l'episodio legato alla partita tra Maccabi e Lille è solo uno dei (purtroppo) tanti atteggiamenti di violenza fisica e verbale verso il popolo ebraico e israeliano.

Naturalmente, per essere pro palestinesi -o pro israeliani- non v'è bisogno necessariamente di ricorrere all'uso della forza e delle minacce nei confronti di persone che hanno come -presunta- colpa quella di appartenere ad un'etnia in particolare.

Autore foto: Grzegorz Jereczek from Gdańsk, Poland

lunedì 25 agosto 2014

L'Iran e il divieto alle donne di recarsi allo stadio

L'Azadi Stadium, celebre impianto sportivo iraniano
Anche il presidente della Fifa Sepp Blatter, l'anno scorso invitò le autorità iraniane a permettere alle donne di poter assistere alle partite di calcio. Il 7 novembre 2013  in visita nella capitale iraniana Teheran, il presidente Blatter dichiarò anche che l'autorità femminile iraniana più importante è stata tra coloro con cui ha sollevato la questione, specificando anche di non voler interferire per cambiare la legge specifica, la quale è espressione di un divieto risalente sin dalla Rivoluzione Islamica del 1979.

Già nel 2006 l'allora presidente Ahmadinejad manifestò l'intenzione di rompere questo tabù, ma non se ne fece nulla, e la manifestazione di tale intenzione servì probabilmente a placare almeno un po' le tensioni internazionali, viste le precedenti affermazioni antisemite e di negazione dell'olocausto dello stesso Ahmadinejad. Già qualche anno prima del 2006 gruppi di donne vennero ammesse ad alcuni incontri calcistici, ma formalmente il divieto non è mai stato tolto, ed è ad oggi presente.

L'interesse per il calcio ha avuto una grande crescita in Iran, anche tra il pubblico femminile, specie da quando nel 1998 la nazionale tornò a qualificarsi al Mondiale in Francia. Il calcio è alla pari del wrestling il principale sport seguito in terra persiana.

In un paese dove vi è una cultura dell'occultamento del corpo femminile nonché della divisione sessuale degli spazi, il fatto che le donne non possano recarsi alle partite di calcio diventa normale. Nel 2003 fu costituita una squadra nazionale femminile, con donne già militanti nella squadra nazionale di calcio a 5: ebbene, quando giocano sono interamente coperte (anche con i capelli), persino col caldo dell'estate. Gli sport pubblici a cui le donne possono dedicarsi in effetti sono molto limitati, e ciò deriva appunto da un fatto culturale, sebbene tali limitazioni siano oggetto di controversie.

Tornando all'ingresso negli stadi, ogni qualvolta vi è una manifestazione importante, le donne femministe si ribellano. Nel 2001 per la gara Iran-Irlanda, le autorità consentirono l'accesso alle donne irlandesi ma lo vietarono a quelle iraniane, e la cosa si ripetè ad esempio nel 2004, quando 11 donne vennero respinte in occasione di Iran-Germania, mentre alle tedesche l'ingresso allo stadio venne permesso. "In cosa siamo diverse da loro?" protestavano le femministe iraniane. Ad elezioni ravvicinate, un ristretto gruppo di donne il 25 marzo del 2005 per le qualificazioni al Mondiale contro il Giappone, vi furono anche altre occasioni in Iran, sempre in quel periodo con delle donne allo stadio, ma il divieto persiste. Del resto, dal punto di vista islamico è peccato per le donne guardare le gambe nude degli uomini proprio come per gli uomini è peccato guardare donne scoperte.

Autore foto: de:user:Ghermezete su Wikimedia Commons