Visualizzazione post con etichetta Europa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Europa. Mostra tutti i post

domenica 28 settembre 2014

Kakhaber Kaladze, carriera calcistica e carriera politica

Kaladze ai tempi del Milan
Dopo essersi ritirato dal calcio, il georgiano Kakhaber Kaladze (ve lo ricordate?) intraprende la carriera politica aderendo al partito Sogno Georgiano-Georgia Democratica, fondato dal filorusso Bidzina Ivanishvili per concorrere alle elezioni politiche del 2012 e presidenziali del 2013.

In seguito alla vittoria del partito a cui ha aderito, Kaladze è stato eletto deputato ed anche nominato Ministro dell'Energia e delle Risorse Naturali oltre ad avere il ruolo di secondo vicepremier.

Un Kaladze che si riscopre politico, dopo aver passato tanti anni della sua gioventù a difendere (come centrale ma soprattutto come terzino) i palloni che si presentavano minacciosi nell'area della sua squadra, giocando anche piuttosto bene, toccando l'apice calcistico con la maglia del Milan.

Cresciuto nella Dinamo Tblisi, squadra con cui esordisce a livello professionistico nel 1993, nel '98 viene ingaggiato dall'ucraina Dinamo Kiev, prima di passare al Milan dal 2001 al 2010 e chiudere infine la carriera al Genoa, appendendo le scarpette al chiodo nel 2012.

Da calciatore ha vinto moltissimo, in particolar modo col Milan, squadra con cui ha conquistato anche i trofei internazionali più prestigiosi: 2 Champions League, 1 Coppa del Mondo per Club, 2 Supercoppe Europee, uno scudetto, una Coppa Italia, 1 Supercoppa Italiana. A livello individuale ha svariate volte conquistato il titolo di "Calciatore georgiano dell'anno".

A carriera conclusa, si è reinventato politico, per un ennesimo caso di contatto fra i due mondi, quello del calcio e quello della politica.

(foto autore: Мельников Александр da http://www.soccer.ru/gallery/1560 CC BY-SA 3.0)

domenica 21 settembre 2014

Politica del calcio - Parte 8: A Milano la finale di Champions 2016, Roma tra le città che ospiteranno l'Europeo 2020

Carlo Tavecchio, presidente della Figc ha recentemente commentato la scelta del Comitato Esecutivo Europeo che a Ginevra ha scelto Roma come una delle sedi dell'Europeo 2020. Ha menzionato anche il fatto che il giorno prima della scelta di Roma, la città di Milano attraverso lo stadio di S. Siro ospiterà la finale di Champions League 2016 (in un precedente post questo blog parlò della candidatura della città meneghina).

Fa sapere Tavecchio che la candidatura di Roma è stata supportata anche dal governo italiano, dall'ente Roma Capitale, dal Coni e le componenti federali "Ed è giusto condividere tutti insieme questo successo".

Il 2020 è tra l'altro l'anno del 60° anniversario dell'Uefa, quindi un anno abbastanza significativo, il che significa per Tavecchio che l'Italia sarà un punto di riferimento europeo nei prossimi anni, visto che lo scorso anno si è disputata la finale di Europa League a Torino, che Milano ospiterà la finale di Champions League 2016 (sede scelta proprio il giorno prima della scelta di Roma per Euro 2020), e che infine Roma avrà l'onore di ospitare parte di questa competizione, ossia tre gare del Primo Turno e un quarto di finale. Assieme a Roma anche Monaco (Germania), San Pietroburgo (Russia) e Baku (Arzebaigian). Londra invece ospiterà semifinale e finale.

Infine Tavecchio ha affermato che "Da un punto di vista sportivo attraverso Euro 2020 è nostro intendimento consolidare la dimensione internazionale del calcio italiano, contribuire a guidare il percorso di rinnovamento dei nostri stadi e sostenere una crescita ulteriore del nostro movimento calcistico, con particolare riferimento alla base".

Sarà un campionato europeo con più nazioni ospitanti protagoniste, e fra queste vi sarà anche l'Italia attraverso Roma. L'Italia ha ospitato anche altre volte questa competizione, incluse le finali: nel 1968 sempre a Roma la finale fu Italia-Juogoslavia finita 1-1  e poi, ripetuta , finì 2-0 per gli azzurri (altre partite del torneo di quell'anno si giocarono a Firenze e Napoli); e nel 1980, quando vinse la Germania Ovest in finale contro il Belgio sempre nello stadio Olimpico di Roma (altri stadi italiani ospitanti furono quelli di Milano, Napoli e Torino).

venerdì 12 settembre 2014

La Sentenza Bosman - Parte 2

La Sentenza Bosman ha avuto delle ripercussioni negative sulla squadra olandese dell'Ajax.

Come ricordato nel post di ieri, la sentenza ha sia degli elementi che vanno a vantaggio delle società di calcio, facendo affari a "parametro zero" sia a vantaggio dei calciatori, i quali una volta scaduto il contratto possono accordarsi già sei mesi prima che il contratto scade per accasarsi, tramite pre-contratto, in un'altra squadra. In più, non vi è più distinzione tra italiani, francesi, spagnoli, greci, inglesi, tedeschi: sono tutti comunitari, tutti europei e pertanto uguali. Quindi il tetto imposto per gli stranieri cambia, proprio perché cambia il concetto di "straniero" che a partire da quella sentenza, per quanto concerne il calcio, fa riferimento esclusivo agli extracomunitari.

Questa norma ha dei vantaggi, ma indubbiamente presenta anche degli svantaggi: ad esempio una società pùò perdere un calciatore forte senza guadagnarci nulla, oppure può succedere quanto accaduto all'Ajax.

Dopo la finale del 1996, raramente l'Ajax ha sfiorato ancora la Champions League, a causa del poco denaro a disposizione nelle casse della società.

La sentenza, come spiegato sul post di ieri diede ragione a Bosman in quanto un calciatore è un lavoratore (applicazione dell'articolo 39 del Trattato di Roma anche nel mondo del calcio).

Ma cosa si potrebbe fare per limitare i danni ai club con poco denaro? L'Atletico Madrid, campione in carica della Liga ad esempio va avanti vendendo i calciatori migliori, guadagnando sul plusvalore e permettendosi l'acquisto di altri promettenti giovani o comunque rinforzando determinati reparti in sede di calciomercato.

Un'altra soluzione, per Louis Van Gaal ex tecnico dell'Ajax ai tempi del titolo di Campione d'Europa (in seguito Barça, nazionale olandese, ecc.) potrebbe essere quella di vietare il trasferimento all'estero prima del compimento del 21esimo o 23esimo anno di età. In più per Van Gaal andrebbero tutelati maggiormente i club minori, giacché per il calcio è dannoso promettere stipendi enormi ai giovani talenti così soffiati a zero euro alle squadre con meno risorse, per poi rivenderli nella stagione successiva realizzando forti ricavi.

La questione, appunto può riflettere punti di vista differenti. Laddove qualcuno individua degli svantaggi (che alcuni club, come ad esempio l'Atletico Madrid riescono comunque ad ovviare), qualcun altro può vederci maggiori vantaggi.

La sentenza, oltretutto non vede solamente nel parametro zero il suo punto più significativo: infatti il non fissare dei paletti in rosa per quanto riguarda qualsiasi calciatore comunitario, può presentare dei vantaggi per alcune squadre che così possono rinforzare magari a poco prezzo dei reparti (difesa, centrocampo, attacco) altrimenti troppo deboli; oppure presentare degli svantaggi ai calciatori locali, che possono vedersi soffiare il posto dagli stranieri.

Per quanto riguarda quest'ultimo punto, sia Albertini che Tavecchio (da cui la famosa polemica legata alle banane) in sede di campagna elettorale hanno indicato nei loro programmi la volontà di puntare sui giovani calciatori residenti in Italia.

Insommma: molte cose se viste in una particolare ottica presentano elementi positivi, e come spiegato la Sentenza Bosman qualcosa di buono per le squadre e gli stessi calciatori le ha, ma presenta anche degli elementi negativi che in qualche modo bisogna cercare di superare, per il bene dello stesso gioco del calcio.

giovedì 11 settembre 2014

La Sentenza Bosman

Jean-Marc Bosman è un ex centrocampista belga. Smise di giocare intorno agli anni novanta. Attualmente afferma di essere povero e di riuscire a vivere solo attraverso un sussidio statale. Nessuna squadra belga lo voleva, e per questo fu colpito da una forte depressione -forse complici anche i problemi in famiglia, con la moglie che lo abbandonò portando con se la figlia- che lo condusse all'alcolismo, da cui fortunatamente ne uscì.

Questo ex calciatore è famoso perché contestò davanti alla Corte di Giustizia delle Comunità Europee il mancato trasferimento alla squadra del Dunkerque, a causa della Federcalcio belga.
Nel periodo del famoso processo che lo vide protagonista, dopo aver giocato in squadre di Prima Divisione (Jupiler League) come Standard Liegi e RFC Liegi e aver racimolato ben 20 presenze nelle nazionali giovanili belghe, si ritrovò a giocare per squadre minori francesi e belghe. Dopo che venne emessa la sentenza, non trovò posto in nessun'altra squadra, e a suo dire il motivo lo si deve proprio a questa sentenza.

La così detta Sentenza Bosman, emanata il 15 dicembre 1995 gli diede ragione. Ciò determinò una rivoluzione nella regolamentazione del trasferimento dei calciatori all'interno dell'Unione Europea.
La corte stabilì che in base all'articolo 39 del Trattato di Roma, un calciatore è paragonabile a qualsiasi altro lavoratore e perciò deve avere la libertà di decidere per quale paese europeo giocare alla scadenza regolare del contratto che lo lega ad una società di calcio.

Questa sentenza nacque rispetto a tre diversi casi legali, che coinvolgevano tutti l'allora calciatore Bosman: da una parte la Federcalcio belga contro Bosman, dall'altra la RFC Liegi contro Bosman, dall'altra ancora l'Uefa contro Bosman. Costui ha avuto ragione. Ma dopo la sentenza non è riuscito a trovare "casa" in nessuna squadra.

La Sentenza Bosman diede origine alla libera circolazione dei calciatori professionisti all'interno degli stati dell'Ue, e la possibilità di firmare dei precontratti con altri club a titolo gratuito, se il contratto attuale ha una durata ulteriore di al massimo sei mesi.

La sentenza Bosman inoltre proibì alla Uefa e alle leghe degli stati membri dell'Ue di porre limiti al numero dei calciatori stranieri, se gli stessi stranieri appartengono a stati dell'Ue: in sostanza l'ultima parte della sentenza descritta afferma che siamo tutti europei, così come nel lavoro anche nel calcio.
Per ringraziarlo venne organizzata una partita in suo onore (22 giocatori, 11 per parte e senza riserve), e i calciatori della Nazionale olandese si tassarono di 2500 euro ciascuno per aiutarlo.

Tuttavia, il calciatore cadde in una profonda depressione, probabilmente complice il fatto di non aver più trovato posto in nessuna altra squadra.

In ogni caso il nome di Bosman troverà posto sui libri di storia del calcio europeo: attraverso la Sentenza Bosman, non soltanto nacque il paramentro zero, ma il 21 aprile 2005 le 52 federazioni dell'Uefa approvarono una norma volta ad aumentare il numero di calciatori allenati nel proprio paese.

La Sentenza Bosman ha qualche lato negativo? Indirettamente sì, legato al fatto che questa sentenza si è resa involontariamente complice del fatto che gli stipendi ed i premi ai calciatori, detti top player -allo scopo di convincere questi a restare in squadra e non partire a zero euro- sono sempre più alti (anche se la crisi sta ponendo dei tetti in alcuni campionati rilevanti, come quello italiano).

Inoltre a farne le spese sono anche le piccole società, che col parametro zero rischiano di cedere dei buoni calciatori senza guadagnarci nulla.

Tuttavia la sentenza presenta indubbi vantaggi sia per le società (che possono così fare grandi affari), che naturalmente per i calciatori i quali non sono più costretti a restare in una squadra senza la loro espressa volontà, cosa che era capitata proprio a Bosman il quale voleva trasferirsi presso la squadra francese del Dunkerque: tutto partì da lì.

sabato 6 settembre 2014

2012: il "derby dello spread"

Varsavia, 16 giugno 2012
Il 16 giugno del 2012 accaddero due fatti importanti per gli ellenici: la Grecia batté la Russia contro ogni pronostico, accedendo ai quarti di finale di Euro 2012 (giocato in Polonia e Ucraina); il partito greco di Nea Dimokratia del leader Antonis Samoras vinse le elezioni davanti ad un pronostico anche qui non scontato: infatti ottenne il 29,5% rispetto al 27% ottenuto da Syriza, il partito di sinistra di Alexis Tsipras che si dichiarò -e continua a dichiararsi- decisamente contrario alle politiche di austerità imposte dalla Germania.

Le tensioni tra la Grecia e la Germania per via della forte crisi che colpì lo stato ellenico furono elevatissime, il clima anti-europeista che si respirò in Grecia in quel periodo spaventava coloro i quali si dichiaravano convinti europeisti. Gli ellenici accusarono (e continuano ad accusare) la cancelliera tedesca capo del governo Angela Merkel di essere la principale responsabile della forte crisi, delle politiche di austerità e della povertà regnante in Grecia.

Così la vittoria del partito pro-europeista scongiurò un'eventuale uscita della Grecia dall'Euro. Non solo: ai quarti di finale la Grecia si ritrovò di fronte nientemeno che... la Germania! Si, proprio quella tanto odiata nazione.

Quella partita venne soprannominata il Derby dello Spread. Giocata il 22 giugno, vide imporsi la Germania per 4 reti (39' Lahm, 61' Khedira, 68' Klose, 74' Reus) a 2 (55' Samaras, 89' Salpingidis su calcio di rigore). Quindi la tanto voluta "rivincita" non vi fu. Poi, come finì l'Europeo è storia nota: l'Italia sconfisse la Germania, ma venne battuta a sua volta, pesantemente in finale dalla Spagna.

Un aspetto che si evince da questa storia, è che il calcio in tale frangente per tanti ha rappresentato un modo per poter "prendersi la rivincita" contro una nazione odiata, ritenuta dagli ellenici responsabile di molte disgrazie. Il calcio che si commistiona, per l'ennesima volta, alla politica.

(foto: Graeme Maclean da Wikimedia Commons)

mercoledì 3 settembre 2014

Quando la politica ostacola il calcio - Parte 3: 1968-69, l'Europa comunista si ritira dalle coppe

La Cecoslovacchia: le sue regioni e i suoi confini
Nelle coppe europee, per motivi politici accadde qualcosa di singolare: alla vigilia della stagione 1968-69 tante squadre dell'Est decisero di non partecipare alle manifestazioni.

Ciò derivò dal fatto che il blocco orientale era filosovietico, sicché la scelta aveva un significato chiaramente di natura ostile verso i paesi dell'Ovest.

In quel periodo, uno dei motivi di questa scelta fu sicuramente l'invasione della Cecoslovacchia da parte dell'Unione Sovietica, che diede origine ad anni di tensioni tra il mondo orientale con quello occidentale.

In Coppa dei Campioni, quell'anno vi giocarono 27 squadre. A causa di fatti legati alla Primavera di Praga, come detto si ritirarono alla vigilia diversi club: la Dinamo Kiev, il Ferencvaros, il Levski Sofia, il Ruch Chorzow ed il Carl Zeiss Jena.

A vincere la competizione fu il Milan, che sconfisse l'Ajax per 4 reti a 1 (tripletta di Pierino Prati e un gol di Sormani per il Milan, e rete di consolazione di Vasovic per gli olandesi).

In Coppa delle Coppe, per la solita ragione politica della Primavera di Praga, rinunciarono a partecipare alla competizione le seguenti squadre: Dynamo Mosca, Gyori, Spartak Sofia, Gornik Zabrze, Union Berlin (quest'ultima appartentente alla Germania Est), ed a vincere in finale fu lo Slovan Bratislava che sconfisse il Barcelona(!) per 3 a 2.

In casi come quelli appena descritti la relazione calcio-politica è veramente significativa, in quanto si tratta di un ennesimo fenomeno di politica che ostacola il regolare svolgimento di importanti manifestazioni. Il tutto, si diceva per i fatti legati alla Primavera di Praga. Ma di cosa si trattò esattamente?

La Primavera di Praga, iniziata il 5 gennaio 1968 con il riformista slovacco Alexander Dubcek salito al potere, fu un processo di liberalizzazione politica avvenuto in Cecoslovacchia, volto ad ottenere maggiore autonomia dall'Unione Sovietica. Le riforme della Primavera di Praga furono dunque un tentativo di concedere più diritti ai cittadini cecoslovacchi, e questo processo andò avanti sino al 20 agosto del '68, quando cioè l'URSS e i suoi stati alleati del Patto di Varsavia -tranne la Romania- invasero il territorio.

L'occupazione sovietica in terra cecoslovacca durò fino al 1990, poi in seguito vi fu la famosa caduta del Muro di Berlino, la fine della guerra fredda tra Est e Ovest e la scissione dello Stato in due distinte repubbliche: la Slovacchia e la Repubblica Ceca (anche identificata con il meno comunemente utilizzato "Cechia").

martedì 2 settembre 2014

Quando la politica ostacola il calcio - Parte 2: 1959, il rifiuto della Spagna franchista a giocare contro l'Urss

Il Parco dei Principi, l'impianto in cui l'Urss si aggiudicò il primo campionato Europeo  
Correva l'anno 1959: la nazionale calcistica della Spagna, quella di Luisito Suarez e Alfredo Di Stefano fu ad un passo dal qualificarsi alla fase finale della prima edizione del campionato europeo.

Al momento del sorteggio, risultò che la Spagna allora governata dal dittatore fascista Francisco Franco, avrebbe dovuto calcisticamente disputare due partite -di andata e ritorno- contro la nazione simbolo del comunismo nel mondo: quella tanto mal vista Unione Sovietica. Le gare erano valide per i Quarti di finale utili all'accesso alla fase finale. Il dittatore però impedì alla squadra iberica di giocare, e dunque le negò automaticamente l'accesso al torneo europeo del 1960.

A qualificarsi fu dunque l'Urss, che nella fase finale giocata in Francia sconfisse 3-0 la Cecoslovacchia, e nella finale al Parco dei Principi di Parigi, il 10 luglio, davanti a 17.966 spettatori paganti, grazie alle reti di Metreveli al 49' che realizzò l'1-1 e di Ponedel'nik nei tempi supplementari, batté la Jugoslavia per 2 a 1.

La manifestazione e la coppa furono dunque vinte dall'Unione Sovietica, la quale si risparmiò ben due partite -tra andata e ritorno- contro la pur fortissima Spagna dell'epoca. Una situazione in cui la politica ha avuto un ruolo forse decisivo nel determinare la vittoria di una squadra di calcio: cosa sarebbe accaduto se il doppio confronto si fosse disputato non lo sapremo mai.

Tuttavia la Spagna seppe prendersi la rivincita quattro anni più tardi, alla seconda edizione dell'evento: nell'Europeo del 1964, giocato proprio in Spagna, sconfiggendo in finale proprio i sovietici, per 2 a 1.

(autore foto Parco dei Principi: Stanmar )

mercoledì 27 agosto 2014

Luglio 2014: sospesa la gara del Maccabi e aggrediti i giocatori

Una gara del Maccabi (vs Bayern Monaco)
Quando il calcio diventa strumento per sfoghi di matrice ideologica, sulla base di questioni politiche, allora può accadere veramente di tutto.

Questa estate, la squadra israeliana Maccabi Haifa giocava contro la francese Lille, in Austria. La gara è stata interrotta e sospesa dopo che un gruppo di pro palestinesi ha invaso il campo. Si tratta di spettatori di origine turca, che avevano bandiere palestinesi che hanno attaccato fisicamente i giocatori, i quali si sono difesi e non hanno riportato ferite.

"Non è accaduto per motivi sportivi, ma perché rappresentiamo Israele. Noi siamo contro la violenza, crediamo nella convivenza e nella tolleranza".

Questi atteggiamenti, che riflettono le tensioni tra israeliani e palestinesi, nascondono certe volte un alone di antisemitismo, sparso per l'Europa. Episodi contro gli ebrei, sia verbali (slogan nazisti) che "concreti" (negozi bruciati perché gestiti da Ebrei), come riporta un articolo di dagospia.com sono accaduti di recente, e quindi l'episodio legato alla partita tra Maccabi e Lille è solo uno dei (purtroppo) tanti atteggiamenti di violenza fisica e verbale verso il popolo ebraico e israeliano.

Naturalmente, per essere pro palestinesi -o pro israeliani- non v'è bisogno necessariamente di ricorrere all'uso della forza e delle minacce nei confronti di persone che hanno come -presunta- colpa quella di appartenere ad un'etnia in particolare.

Autore foto: Grzegorz Jereczek from Gdańsk, Poland

giovedì 21 agosto 2014

Ferenc Puskás e la Spagna

Alfredo di Stefano e, a destra Ferenc Puskas al Real
Nel post dello scorso 19 luglio si è parlato del tema trattato da un articolo di Daniele Camilli sulle coincidenze interessanti circa lo stato di crisi sociale in una nazione e le conquiste calcistiche da parte di alcuni calciatori (pallone d'oro) o club di quella nazione oppure della squadra nazionale.

Dalla crisi si ottiene una nuova fase, di trasformazione sociale, e la vittoria in qualche modo può agevolare tale trasformazione, come per il Miracolo di Berna di cui questo blog si occupò, in un post relativo alla Germania Ovest.

Oggi il tema tratta in maniera specifica uno degli esempi menzionati sull'articolo di Camilli, e per la precisione le vittorie del Real Madrid utili al regime franchista (del "generalissimo" Franco) di natura fascista della Spagna.

Ferenc Puskás Biró (noto semplicemente come Ferenc Puskás) fu uno dei più grandi giocatori della storia del calcio, considerato il miglior calciatore ungherese di sempre. Attaccante della Honved di Budapest e dell'Ungheria, esordì a 16 anni e vinse cinque campionati ungheresi e 4 volte la classifica dei marcatori.

Si trovò in trasferta a Bilbao insieme alla famiglia e assieme ovviamente alla sua squadra quando nel frattempo a Budapest, la capitale dell'Ungheria scoppiava la Rivoluzione del 1956. Accadde infatti che vi furono dei moti rivoluzionari in Ungheria, il 23 ottobre del '56 che portarono gli ungheresi ad uscire dal Patto di Varsavia. Ciò chiaramente non fu gradito ai sovietici, che nei primi di novembre dello stesso anno invasero Budapest, provocando il caos, che portò a tante morti (oltre 3000 per entrambe le fazioni pro e contro i sovietici) e infine i sovietici costrinsero l'Ungheria a tornare nel Patto, in cui vi rimase sino al 1989. Nel frattempo, per il periodo particolare in patria, Ferenc Puskás chiese asilo politico, e rimase per circa 18 mesi tra Austria e Italia, finché non venne ingaggiato dal Real Madrid di Santiago Bernabeu l'11 agosto 1958.

Ingrassato e fuori forma, i suoi compagni di squadra al Real lo chiamavano "El Cañoncito Pum Pum". Aveva 31 anni quando giunse a Madrid, e in quel periodo di circa 9 anni la squadra, anche grazie al suo importante contributo vinse 6 campionati spagnoli, 4 titoli di capocannoniere, 1 Coppa Intercontinentale, 1 Coppa di Spagna e 3 Coppe dei Campioni, tra cui quella della finale contro l'Eintracht di Francoforte battuto per 7-3, in cui realizzò addirittura una quaterna. Grazie alla permanenza al Real, venne naturalizzato spagnolo. Ottenne anche 85 presenze con la nazionale ungherese, in cui militò dal 1945 al 1956 (l'anno dell'invasione sovietica) segnando 84 gol, un record. Militò anche nella squadra olimpica che vinse l'oro nel '54 ed infine, ottenuta la cittadinanza spagnola fece anche quattro apparizioni con la Spagna (tra il 1961 e il 1962, senza però segnare reti). Militò in due sole squadre come calciatore, ma ne guidò tante sparse per il mondo, come allenatore.

Ovviamente, la parte centrale dell'analisi di questo post fa riferimento agli anni di militanza nel Real Madrid della Spagna franchista. Il calcio contribuì a migliorare le relazioni internazionali di un stato guidato dall'unico governo di estrema destra sopravvissuto alla Seconda Guerra Mondiale, anche se occorsero più di vent'anni per migliorare lentamente la considerazione dei paesi vincitori nei confronti degli spagnoli.

Stavolta dunque, a causa della crisi dell'Ungheria fu la Spagna calcistica ad ottenere risultati importanti, e tali risultati giovarono alla dittatura spagnola, franchista e di stampo fascista in quanto -secondo quanto riporta l'articolo di Camilli- anche grazie alle vittorie del Real Madrid, il regime spagnolo dell'epoca riuscì ad ottenere visibilità e a costruirsi una nuova identità nei confronti degli altri paesi, e cioè quegli stessi paesi vincitori della guerra che isolarono la Spagna dal 1945 per un periodo di circa vent'anni.

giovedì 24 luglio 2014

Antonin Panenka si candida a senatore in Repubblica Ceca. Fu l'inventore del "cucchiaio"

Antonin Panenka nel 2009 (fonte: Wikipedia)
Una notizia recente mostra un ennesimo caso di contatto tra calcio e politica. La notizia è che il giocatore della Repubblica Ceca, Antonin Panenka, colui che ha inventato il "cucchiaio" ancor prima di Francesco Totti, di Andrea Pirlo e Zinedine Zidane si candiderà per un seggio al senato nel suo Paese.

L'inventore del cucchiaio intende diventare senatore in Repubblica Ceca, uno stato fondato nel gennaio del 1993 a seguito della pacifica separazione dalla Slovacchia, anche quest'ultima fondata dunque nel '93 (in precedenza vi era la Cecoslovacchia, nel 1990 diventata Repubblica Federale Ceca e Slovacca).

La Repubblica Ceca, che può essere identificata anche col poco utilizzato nome di "Cechia" (da Česko), ha un sistema bicamerale, composto da Camera e Senato. Il Senato viene rinnovato ogni due anni di un terzo dei suoi membri. Antonin Panenka, 65 anni intende candidarsi al Senato alle prossime elezioni, che si terranno il prossimo autunno.

Panenka, attuale presidente del club Bohemians Praha 1905 nella cui squadra militò per 14 anni con 230 presenze e 76 gol, ha scelto di candidarsi come capolista della lista "Indipendenti per Praga 10" (Praga 10 è un distretto elettorale, quello in cui si candiderà). Se vincerà rimarrà in carica per due anni, visto che prenderà il posto già occupato da un senatore che a maggio è stato eletto al Parlamento europeo.

Panenka ha lasciato un segno indelebile nel mondo del calcio. Famoso fu il gesto del "cucchiaio" su un calcio di rigore che conferì la vittoria della Cecoslovacchia contro la Germania Ovest nella finale dell'Europeo 1976. Quella finale si risolse proprio alla lotteria dei rigori, ed il suo fu quello decisivo.

La notorietà, il suo passato da grande calciatore e servitore, a suo modo, della Patria, la fedeltà, visto che è stato una bandiera della stessa squadra di cui ora ricopre il ruolo di massimo dirigente: tutti elementi potenzialmente utili a supportare la candidatura di questo signore che ha fatto la storia del calcio.

In nazionale ha militato dal 1973 fino al 1982 e dunque la patria per cui ha giocato è stata sempre la Cecoslovacchia unita, nella cui selezione nazionale maggiore ha giocato per 59 volte mettendo a segno 17 reti. Il suo ruolo era quello del centrocampista offensivo.

Oltre all'Europeo 1976 (che venne disputato in Jugoslavia) in cui sfoggiò quel gesto oggi conosciuto come "cucchiaio" in italiano oppure "Penanka penalty" in inglese, da calciatore ha vinto 2 campionati austriaci col Rapid Vienna e 3 Coppe d'Austria sempre col Rapid Vienna. Prima di questi titoli austriaci, vinse il titolo di Calciatore cecoslovacco dell'anno 1980. In seguito, dopo 14 lasciò il Bohemians Praga per giocare dal 1981 al 1985 nella squadra austriaca del Rapid ove vinse i trofei prima enunciati. Nel 1985 perse la finale di Coppa delle Coppe contro l'Everton e poi passò al VSE St. Polten per 2 stagioni, per poi concludere la carriera nelle serie minori austriache. Si ritirò dal calcio giocato all'età di 45 anni, nel 1993.

mercoledì 23 luglio 2014

Giocatori che non rientrano a Donetsk a causa del conflitto in atto in Ucraina

Lo Shaktar prima di un incontro nel 2013 contro la squadra del  MFC Mykolaiv, autore: Absent69
Alcuni giocatori dello Shaktar come Alex Teixeira, Fred, Dentinho, Douglas Costa, Facundo Ferreyra, Ismaily si sono rifiutati di tornare in Ucraina dopo l'amichevole disputata a Lione contro la principale squadra locale con la squadra in cui militano.

Per quale motivo? La sicurezza, visto che un aereo di linea ha ricevuto degli spari in cielo, provocando la morte di 298 persone. Inoltre Donetsk si è proclamata capitale dei filo russi, provocando uno scenario interno carico di tensioni, tra combattimenti e morti.

La notizia della scomparsa dei giocatori aveva fatto il giro del mondo in poco tempo, suscitando preoccupazione. Ma i giocatori brasiliani si sono in seguito fatti sentire, spiegando le proprie ragioni: dal profilo Instagram di Dentinho hanno rilasciato quanto segue: "Vogliamo chiarire che la decisione di non tornare in Ucraina non è stata indotta da altri: abbiamo preso questa decisione di comune accordo, in una riunione con tutti i brasiliani della squadra e le rispettive famiglie [...] a causa del conflitto abbiamo paura e non vogliamo mettere a repentaglio la vita nostra  e dei nostri cari. Voglio far sapere al mio club che voglio lavorare, voglio giocare ma non posso permettere che la mia famiglia rischi la vita [...]".

Gianluca Innocenti in un suo articolo informa che sono state numerose le volte in cui le diserzioni di alcuni calciatori hanno riguardato fatti politici.

Donetsk si trova nell'est dell'Ucraina, è la capitale industriale di quell'area, e già il 7 di aprile i filo russi avevano preso il controllo della sede dell'amministrazione regionale. Quel giorno i filo russi della regione in cui si trova Donetsk si sono anche autoproclamati Stato indipendente, occupando ulteriori edifici governativi in altre 13 città della regione. Al momento lo Stato indipendente viene riconosciuto esclusivamente dalla Russia e l'Ossezia del Sud. Tale stato, denominato Repubblica Popolare di Donetsk si è posto, alternativamente, 3 obiettivi: o la federalizzazione dell'Ucraina, o l'annessione alla Russia oppure l'Indipendenza.

Dopo la Crimea, adesso un nuovo territorio reclama autonomia dall'Ucraina. Questa situazione legata alla politica, come appena menzionato ha avuto un risvolto indiretto ma considerevole nel mondo del calcio.

Lo Shaktar Donetsk è infatti una delle maggiori società calcistiche dell'Ucraina, potendosi vantare di aver vinto nell'arco della sua storia svariati titoli, sia quando militava nel campionato sovietico che da quando fa parte della federcalcio ucraina: 9 campionati ucraini, 9 Coppe d'Ucraina, 6 Supercoppe ucraine, 4 Coppe URSS e 1 supercoppa sovietica. In ambito internazionale conta la vittoria di una Coppa Uefa nel 2009.

La guerra civile in atto in Ucraina conta dall'inizio del conflitto oltre 400 vittime. I calciatori brasiliani dello Shaktar hanno paura a rientrare a Donetsk. La situazione da quelle parti è veramente disperata e caotica.

Dal Metalist Kharkiv, altra squadra dell'Ucraina orientale di recente in ritiro in Austria è scappato invece l'argentino Facundo Ferreyra.

martedì 15 luglio 2014

Giorgios Katidis: escluso a vita dalla Nazionale della Grecia

Giorgios Katidis (autore foto: Catherine Kõrtsmik )
Il Giornale d'Italia, diretto da Francesco Storace, leader del partito italiano La Destra, in un articolo on line parla di due pesi e due misure per quanto riguarda le manifestazioni di ideologia politica da parte dei calciatori dinnanzi a pubblico, fotografi e telecamere.

Occorrono delle premesse: sia in Italia che in Grecia vi sono state delle dittature di estrema destra (in Italia il fascismo, in Grecia il regime del 4 agosto durato dal 1936 al 1941). Il fascismo e il nazismo hanno fatto molte vittime nei periodi dittatoriali. Ma anche il comunismo non è stato da meno, anzi ha numericamente fatto più vittime delle dittature di destra, perché le dittature di sinistra sono durate di più. Qualcuno sostiene che quei paesi che si sono definiti comunisti e poi hanno dato origine a delle dittature non possono definirsi veramente comunisti. Ognuno ha la propria idea e le proprie motivazioni.

Ciò detto, l'articolo sopra citato firmato da Paolo Signorelli afferma che è quantomeno discutibile il fatto che un gesto di esultanza possa essere all'origine di una reazione dei media e delle autorità sportive.

L'articolo aggiunge anche che se mentre per Lucarelli e Andrea Luci nessuno si scandalizza per il pugno chiuso, per Di Canio e Giorgio Katidis (greco, probabile simpatizzante del partito Alba Dorata) che fanno il saluto a braccio teso e mano aperta si è scatenato un putiferio.

Il capitano del Livorno Andrea Luci, nel corso della partita contro il Verona (articolo datato 19 marzo 2013) al momento della sostituzione chiude il pugno e lo mostra ai tifosi avversari, ossia i veronesi, notoriamente di estrema destra. Fin qui tutto normale. Nello stesso fine settimana capita invece che il ventenne Giorgios Katidis dopo aver segnato il gol decisivo a pochi minuti dalla fine della partita contro il Veira, nella massima divisione greca esulta in maniera scomposta e fa il saluto romano alle persone in tribuna. Un gesto che gli è costato, in seguito ad una riunione della federazione calcistica greca, il non poter più giocare per alcuna nazionale (giovanili e maggiore), a vita.

"Non sono un fascista e non lo avrei fatto se avessi saputo cosa significava" scrisse Katidis sul suo prifilo Twitter; tuttavia secondo la federazione calcistica greca il ragazzo ventenne "ha offeso profondamente tutte le vittime del Nazismo e ha violato i valori del calcio".

Senza voler esprimere un'opinione che sarebbe in ogni caso soggettiva, chi scrive lascia piena libertà al lettore di farsi l'idea che più ritiene opportuna e decidere se la punizione inflitta a Giorgios Katidis sia giusta o esagerata. Per completezza di informazione quella partita finì 2 a 1 per l'AEK Atene proprio grazie alla rete finale segnata all'84' da Katidis, che a seguito dell'episodio del saluto a braccio teso avvenuto a marzo 2013 venne messo anche fuori rosa dal club, e poi acquistato dal Novara in cui milita attualmente (10 presenze fino ad oggi).

martedì 8 luglio 2014

Calcio Sovietico: dall'ammissione alla FIFA (1946) all'oro olimpico (1956) e l'europeo (1960)

Il territorio dell'URSS
Se in un precedente post si è affrontata la storia della nazionale russa e sovietica in modo generale, questo articolo intende approfondire un particolare periodo storico riguardante il calcio sovietico, quello del secondo dopoguerra.

Nel raccontare il contenuto di un libro di Mario Alessandro Curletto, intitolato "I piedi dei Soviet", Giuseppe Licandro offre, tra le righe del suo articolo on line su excursus.org alcuni esempi di come tale opera evidenzi i rapporti tra calcio e potere ai tempi dell'Unione Sovietica.

Il calcio sovietico raggiunse l'apice della popolarità nel secondo dopoguerra, secondo Curletto poiché lo stadio "consentiva allo spettatore una libertà di espressione dei propri sentimenti e delle proprie passioni" decisamente inusuali in una "società monolitica, paralizzata da paura e conformismo".

Ammessa alla FIFA nel 1946, le attività calcistiche ripresero anche nell'URSS, la quale oltre alla ripresa dei campionati interni, ricostruì anche la nazionale di calcio.

La selezione nazionale sovietica, dopo aver vinto alcune amichevoli contro Cecoslovacchia, Finlandia, Romania e Ungheria, partecipò alla quindicesima Olimpiade, svoltasi ad Helsinki nel luglio 1952. Battuta la Bulgaria nel turno preliminare, agli ottavi i sovietici affrontarono la forte Jugoslavia.

In quegli anni i rapporti tra il leader politico sovietico, Stalin, e il leader cecoslovacco Tito erano pessimi, e quindi la partita aveva anche una forte valenza di natura politica. Le autorità di Mosca diedero l'ordine di giocare e di vincere.

Primo tempo concluso in vantaggio per 3-0 da parte degli jugoslavi, nel secondo tempo fu dapprima 4 a 0, poi 5 a 1; i sovietici trascinati da Bobrov (autore di una tripletta) riuscirono a segnare 4 gol nell'ultimo quarto d'ora: la partita finì con uno scoppiettante 5 a 5. E quindi, andava rigiocata, perché i tempi supplementari e la eventuale serie di calci di rigore non erano ancora previsti a quei tempi.

Alla ripetizione della partita si assistette ad una sconfitta per l'URSS di 3 reti a 1. E tale sconfitta avvenne in un periodo particolarmente negativo a livello politico, perché era iniziata la così detta Guerra Fredda. Intervenne lo stesso Stalin affinché gli autori della sconfitta ricevessero una adeguata punizione: l'allenatore venne licenziato e molti giocatori furono squalificati per un anno intero.

L'improvvisa morte di Stalin nel 5 marzo 1953 provocò degli sconvolgimenti politici significativi. Il nuovo leader Nikita Chruščёv propose in politica estera la coesistenza pacifica con l'Occidente.

La scelta fatta dal nuovo leader dell'URSS si rivelò positiva per lo sport locale, che divenne più efficiente e competitivo a livello mondiale, e ciò permise alla nazionale "rossa" di vincere l'oro alle Olimpiadi di Melbourne '56 e l'Europeo del '60, in entrambi i casi battendo in finale proprio la Jugoslavia. Curioso, vero?

Questo episodio mette in evidenza da un lato ancora una volta come il calcio venga considerato un veicolo importante per le cause politiche, dall'altro che maggiore cooperazione e meno conflittualità possono condurre a risultati davvero molto significativi, almeno per lo sport.

lunedì 7 luglio 2014

Quel 3 a 0 a tavolino fra Italia e Serbia nel 2010

Il presente post intende raccontare e analizzare un episodio che, pur svincolato da aspetti agonistici, ha a che fare non solo con la politica ma anche col calcio, ma non per il risultato finale o per il gioco espresso.

La partita risalente al 12 ottobre 2010 tra Italia e Serbia fu un momento in cui si concentrarono istanze sportive, politiche e bellicose: una miscela che incrociò vari aspetti della realtà serba. Per l'allora c.t. italiano Prandelli si trattò di "una cosa mai vista".

Dopo appena sei minuti dall'inizio della gara, valida per le qualificazioni all'Europeo, i tifosi serbi lanciarono alcuni fumogeni in campo, uno dei quali sfiorò il portiere italiano Viviano. In seguito la gara la vinse per 3-0 a tavolino l'Italia, ed ovviamente la UEFA prese dei provvedimenti punitivi per quanto accaduto.

I disordini avvennero anche all'esterno dello Stadio Ferraris, con lancio di fumogeni e oggetti, e dopo una breve tregua, poco prima della mezzanotte vi fu una guerriglia tra serbi e poliziotti. Il bilancio è di 16 feriti, con una decina di persone fermate.

Ma chi sono le persone che hanno scatenato queste tensioni e questi scontri in terra ligure in occasione dell'incontro calcistico? Le Tigri di Arkan, gruppo di ultranazionalisti sorto da ex paramilitari che in guerra si sono macchiati di gravissimi crimini durante la guerra degli anni '90 nella ex Jugoslavia.

Per cosa manifestavano, e cosa c'entra il calcio? Il loro obiettivo era quello di protestare ferocemente per via del Kossovo, che secondo il loro punto di vista sarebbe un territorio serbo, e non albanese: non a caso durante la partita venne bruciata la bandiera dell'Albania, e venne esposto lo striscione "Kosovo è il cuore della Serbia".

Il calcio c'entra in questa vicenda molto probabilmente in quanto l'occasione della gara dell'Italia fu vista molto ghiotta a causa della risonanza mediatica di tale evento sportivo, di interesse popolare e internazionale e quindi di grandissima visibilità.

Quindi, appurato che l'oggetto di protesta era il Kosovo, attualmente terra che si proclama indipendente, la domanda da porsi è: perché i serbi la rivendicano?

Il Kosovo è un territorio amministrato dall'ONU da taluni paesi considerato come stato (fra cui 23 paesi UE e USA), mentre altri paesi come Russia e Cina sono contrari a tale riconoscimento. Il Kosovo dichiarò la propria indipendenza dalla Serbia il 17 febbraio 2008. Tante persone di origine ed etnia albanese vivono in quel territorio, ovvero circa il 90% del totale della popolazione.

Il 9 settembre 2010 venne approvata delle Nazioni Unite una risoluzione preparata da Serbia ed UE che aprì la strada a degli accordi tra serbi e kosovari. Questi ultimi si considerano tuttora parte di una nazione indipendente, mentre i serbi considerano il territorio kosovaro come una provincia autonoma della Serbia. L'accordo serbo-kosovaro avvenuto nel 2013 del 19 aprile, da una parte legittima le istituzioni kosovare, dall'altra garantisce maggiore autonomia alla popolazione serba presente nella zona nord del territorio.

Tornando al 2010 quindi, dopo la firma della risoluzione del 9 settembre,  il 12 ottobre a Genova venne interrotta la partita fra Italia e Serbia a causa delle Tigri di Arkan, le quali avevano già fatto "rumore" qualche giorno prima in occasione del Gay Pride di Belgrado (capitale serba).

Si è trattato dunque di un ennesimo incrocio fra calcio e politica, ed in quella occasione il calcio si fece ostaggio di rivendicazioni territoriali.

domenica 29 giugno 2014

Mathias Sindelar: storia di un campione antinazista

Austriaco, nato nei primi anni del '900 a Kozlov in Moravia, territorio attualmente sito in Repubblica Ceca e a quei tempi parte dell'Impero austro-ungarico, iniziò ad approcciare col pallone in tenerà età, per le strade di Vienna, ove si trasferì assieme alla famiglia. La famiglia, di origine operaia, non viveva nel lusso, anzi era molto povera e per questo cambiò città. La morte di suo padre poi, avvenuta durante la prima guerra mondiale sul fronte, nella battaglia dell'Isonzo, costrinse il ragazzo Sindelar ad aiutare la madre, lavandaia, al mantenimento della famiglia (oltre a lui come figli vi erano tre sorelle). Così cominciò a fare il meccanico presso un'officina, ma contemporaneamente non perse l'hobby di giocare a calcio.

All'età di 18 anni, nel 1921, esordì in massima serie nell'Hertha Vienna (squadra del quartiere in cui viveva con la famiglia), mostrandosi un giovane talentuso (di ruolo centrocampista o attaccante a seconda dei casi), ma a vent'anni si infortunò per una lesione al menisco del ginocchio destro poiché cadde in piscina. A quei tempi un simile infortunio poteva costare la fine della carriera, ma fortunatamente per lui non fu così: venne operato da Hans Spitzy, famoso medico viennese, e grazie all'intervento nel giro di un anno ritornò a giocare ad alti livelli. Indossò da allora in poi una fasciatura elastica sul ginocchio infortunato.

Nello stesso anno, nel 1924, date le diffocoltà economiche della sua squadra, il talentuso Sindelar venne ceduto all'Austria Vienna, allora squadra campione in carica. Grazie a quest'ultima squadra piena di buoni giocatori, e grazie anche alle sue abilità, Sindelar vinse numerose competizioni, ottenendo una carriera ammirevole. Negli anni '30 era paragonabile solo a Giuseppe Meazza e Gyorgy Sarosi in Ungheria: i tre erano infatti ritenuti i migliori giocatori dell'epoca.

Fu anche leader riconosciuto della sua nazionale, l'Austria. La sua nazionale venne definita come "Wunderteam", ossia squadra delle meraviglie. L'ultima partita giocata con la sua nazionale, fu una gara di propaganda nazista: infatti i tedeschi del furer occuparono il territorio austriaco, e organizzarono una partita "della riunificazione" tra Germania e Austria. Il primo gol proprio di Sindelar (definito anche "Cartavelina" per via del suo aspetto esile), unito al secondo di Sesta regalarono la vittoria agli austriaci. Sindelar festeggiò provocatoriamente sotto la tribuna dei gerarchi nazisti, un gesto abbastanza significativo su come la pensava questo ragazzo politicamente: infatti assieme a Sesta si rifiutò di salutare i gerarchi, contrariamente agli altri compagni.

A 35 anni compiuti si rifiutò di proseguire la carriera in nazionale nella sua nuova patria, la Germania nazista. Anche il compagno autore del secondo gol, Sesta, si rifiutò di vestire tedesco. Sindelar additò come motivazione ufficiale il fatto che era troppo avanti con l'età, anche se in molti ci videro anche dell'altro, e cioè che l'invasione dei nazisti non gli piacque per niente.

Nella finale del Mondiale 1938 apparve come spettatore, entusiasmando una folla che in sua presenza intonò La Marsigliese, e lo fece diventare un simbolo dell'anti nazismo. Morì un anno dopo a Milano per cause misteriose. Sono state fatte diverse ipotesi circa la sua prematura fine, ma non vi è nulla di certo. Lo scrittore austriaco Friedrich Torberg gli dedicò la poesia "Sulla morte di un calciatore", in cui sostenne l'ipotesi per cui il campione austriaco si sarebbe suicidato a causa dell'annessione dell'Austria alla Germania.

mercoledì 25 giugno 2014

Quando il calcio si fa politica e diventa violenza

Congratulazioni alla Grecia, che ieri ha vinto, conquistando in extremis gli ottavi di finale al Mondiale 2014 vincendo per 2 a 1 sulla Costa d'Avorio grazie ai gol dapparima di Samaris e infine di Samaras al 90° su rigore. E peccato per l'Italia, un'altra grande uscita clamorosamente nella fase a gironi.
 
Quando il calcio si fa politica, quando diventa un mezzo di espressione di una nazione, quando una squadra incarna valori profondi e non solamente agonistici, allora il gioco nell'arena diventa qualcosa di più importante di un semplice spettacolo, trasformandosi nell'opportunità di realizzare un riscatto sociale per un intero popolo. Le conseguenze che ne scaturiranno in seguito però possono non essere tutte piacevoli, e a volte qualcuno ci perde la vita.


Proprio la Grecia negli anni passati si è resa protagonista di due episodi molto significativi per quel che concerne il calcio trasformato in una contesa fra patrie. Da una parte la mancata vittoria nella partita dell'europeo 2012 contro la Germania, nel così detto "derby dello spread" (conclusosi 4 a 2 per i tedeschi); dall'altra una sfida storica, contro l'Albania, disputata nel 2004.

Curioso constatare come in entrambe le occasioni la Grecia non vinse. La partita Grecia-Albania fu un match dell'orgoglio, capace di risvegliare ed esaltare il sentimento patriottico degli albanesi che a partire dalla guerra in Kosovo sembrava essersi fortemente indebolito. 

La gara, valida per le qualificazioni al Mondiale 2006 era attesissima, tanto che il giorno prima della partita nella città di Tirana c'era già chi sventolava i vessilli rossi albanesi.

Una precisazione doverosa: le informazioni ed i fatti qui di seguito riportati non vogliono in alcun modo denigrare il popolo ellenico, perché gli episodi di violenza avvengono un po' ovunque nel mondo. Non si vuole nemmeno giudicare e sentenziare sul modo di agire dei governi albanese e greco: si vuole semplicemente raccontare i fatti accaduti, che sono di dominio pubblico. 

La rivalità fra Grecia (in quel momento campione d'Europa in carica) e Albania è di natura geopolitica, e si tratta di qualcosa che ha radici profonde che affondano nella tradizione, e malgrado i buoni rapporti fra i due stati, questa rivalità non è mai svanita. Tanto che il governo albanese tramite il premier Fatos Nano aveva promesso 500mila dollari alla nazionale, qualora avesse battuto gli ellenici. I tifosi di questi ultimi vennero scortati abbondantemente dalla polizia, prima e durante la partita.

Il match, disputato a Tirana, ha visto la Grecia perdere per 2 a 1. Un risultato straordinario, che ha risvegliato l'orgoglio albanese non soltanto in patria, ma ovunque nel mondo: i festeggiamenti sono avvenuti persino in Grecia. Da quelle parti infatti vivono oltre 500mila albanesi, che volevano come gli altri connazionali poter festeggiare la vittoria. Tuttavia alcuni ellenici non lo permisero perché vi fu violenza, auto incendiate, gas lacrimogeni delle forze dell'ordine: caos in punti importanti della nazione greca. Vi fu anche l'accoltellamento, che risultò fatale, di Gramoz Palushi un ventenne che festeggiava con i suoi amici, colpevole di aver sventolato la bandiera rossa.

Un mare di violenza che non lasciò indifferenti i connazionali residenti in patria, dapprima coi media, poi con la politica: il parlamento albanese tenne un minuto di silenzio in onore delle vittime, protestando pubblicamente verso le autorità elleniche. Il ministro dell'interno dell'Albania ha chiesto al suo omologo ellenico di far cessare le violenze, e all'ambasciatore greco a Tirana vennero chieste delle delucidazioni da parte del Ministero affari esteri. Per tutta risposta la colpa venne attribuita, in Grecia, allo stesso governo albanese reo di aver promesso quel premio in denaro di cui sopra, facendola diventare una questione d'onore.

In quel periodo un'operazione della polizia ellenica rimpatriò centinaia di albanesi emigrati in quella terra. Operazione-ricatto definita "fshesa" (letteralmente "scopa", forse ad indicare pulizia in senso ovviamente offensivo), avvenuta ogni qual volta che negli ultimi 20-30 anni vi sono stati problemi fra i due Stati.

D'accordo che il calcio si carica di valori che vanno al di là del semplice agonismo, ma esercitare violenze fisiche più o meno gravi su un'altra persona solo perché tifa una squadra diversa è stupido, e fatti di violenza per questioni legate al calcio, come noto e già più sopra ricordato, avvengono dappertutto.

Si ringrazia balcanicaucaso.org da cui derivano quasi tutte le informazioni utili alla stesura di questo articolo.

martedì 17 giugno 2014

Portogallo (ancora) umiliato

Certe volte il calcio può rappresentare un modo per prendersi la rivincita, se non altro a livello simbolico. Ma ieri non è stato così, anzi: il Portogallo ha subito ben 4 reti dalla Germania (tripletta di Thomas Muller più la rete di Matts Hummels) in quella che è sembrata essere una vera e propria umiliazione, sia a livello sportivo ma anche - intendendo simbolicamente - dal punto di vista politico con Angela Merkel sugli spalti che esultava per le reti dei suoi connazionali, e poi scendeva negli spogliatoi della squadra al termine della gara per festeggiare coi calciatori. Ultimamente la Germania pare dominare il Portogallo su tutti i fronti. La partita, valevole per il gruppo G del primo turno del mondiale FIFA Brasile 2014, ha visto dettare legge ai tedeschi dall'inizio alla fine, ed il carismatico Cristiano Ronaldo, unico attuale top player per i portoghesi, non ha affatto fornito una buona prova.

Si diceva di umiliazione anche a livello politico per via della presenza della Merkel sugli spalti, ebbene il popolo portoghese, appoggiato dagli intellettuali del Paese è unito proprio contro la Merkel, il cancelliere tedesco ritenuta la principale responsabile della rovina di migliaia e migliaia di persone che vivono in quegli stati UE (fra cui il Portogallo) che obbediscono alle leggi del rigore a ogni costo e a scapito delle fasce deboli della popolazione, seguendo i dettami della Troika, composta da Banca Centrale Europea (BCE), Fondo Monetario Internazionale (FMI) ed Unione Europea. La Troika, ossia l'insieme delle istituzioni che decidono i destini dei paesi dell'eurozona sarebbe, secondo molti euroscettici, ben rappresentata dal volere della Germania e della Merkel.

Come non ricordare la visita del cancelliere tedesco in terra portoghese nel novembre 2012, a Lisbona, per incontrare Pedro Coelho, il premier del Portogallo. In tale occasione, per le strade della città si respirava un'aria di rabbia e angoscia, con migliaia di cittadini a manifestare per le vie nel giorno dello sciopero generale voluto dai sindacati contro l'eccesso di rigore imposto dalla Germania. Ebbene, nel corso della manifestazione per le strade della città la Merkel, che si complimentava per le manovre del governo volte al rigore e invitava il premier portoghese a proseguire per quella strada, veniva paragonata a Hitler su cartelloni e striscioni. Un simile paragone non ha infastidito più di tanto la Merkel, secondo le dichiarazioni della diretta interessata, e questo perché ‹‹la gente ha diritto di esprimere le proprie opinioni››.

Foto 1: azione di gioco di Germania-Portogallo di UEFA Euro 2012, sono raffiguarati Nani (Portogallo) e Philipp Lahm (Germania). Fonte: Wikimedia Commons. Attribuzione: Football.ua